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Bando alle vallette, largo alle donne. Che in Italia sono ruoli, prima di tutto, e dopo, eventualmente, persone. Sono madri, oppure non madri, e poi imprenditrici, campionesse, attrici, eccellenze. E di questo parlano. E per questo si giustificano. Finché non arriva Chiara Ferragni e dice: contrordine. Lo dice con un vestito, come le viene meglio, come ha fatto la prima sera e come ha fatto ieri, per la finale, indossando un abito che «rappresenta la forza che non ha bisogno di imitare quella maschile», e che quindi libera le donne dall'obbligo di conciliare vita e lavoro, dalla chiave wonder woman e, dice lei ancora lei, ribadisce che la forza delle donne sta nell'essere donne, e non per forza madri. È la correzione che tutte volevamo e che nessuna sperava che sarebbe arrivata. Fino alla finale, infatti, all'Ariston, che dell'Italia è parlamento teatrale, rappresentazione leale ma non fedele, lo schema è stato: una co-conduttrice diversa per ogni sera, oltre a co-condurre, parla di sé, parla del mondo, prende una posizione, porta un tema, fa una denuncia, dimostra che merita di essere lì, che è doveroso che ci sia anche lei, in quota impegno, intelligenza, giusta causa, sfida, innovazione, pluralismo, pedagogia sociale. Chiara Ferragni, la prima sera, ha portato addosso un mantra motivazionale («pensati libera»), ha letto una lettera a sé stessa, ha raccontato quant'è difficile essere una donna privilegiata, e quant'è bello, esaltante, complesso essere una madre, e quanto odio arreca. Cioè s'è presentata nel solco, anzi nel calco, che ieri sera ha rigettato o, meglio, ha evidenziato che non deve, e non può, essere modello unico, condizione unica. Applausi in entrambi i casi. E poi critiche, ma meno degli applausi. In fondo, Ferragni è potente, e di controverso non ha nulla: è difficile non concordare con lei. Nella sera delle cover, però, all'una e quaranta di notte, Chiara Francini è salita sul palco dell'Ariston, a luci abbassate, teatrali, e tra un fenicottero di plastica e un passeggino Anni 50, ha parlato per otto minuti di cosa significa non avere un figlio, e dell'assedio di fantasmi, ritrosie, dubbi che subisce chi madre decide o si trova a non esserlo. Ha parlato di tutto quello che trema, crolla, nasce, cresce, urla, s'appiana, s'illumina, a volte, quando una non madre fa i conti con la maternità delle altre. È stato il monologo più difficile di tutti: non ha preso posizione, non ha chiesto aiuto, non ha voluto soccorso, non ha denunciato, non ha stabilito. È stato il racconto di una parte di mondo, e di una parte della vita delle donne. Il racconto del prezzo che ha una scelta: la rinuncia. E della fatica che costa la libertà. E della paura che, prima o poi, quella libertà si riveli insufficiente, o deludente. Un tema enorme, affascinante, per alcune doloroso e per altre gioioso, per alcune catartico e per altre indebolente, ed è il frutto, bello e complicato, del fatto che le donne non vogliono più tacitare i dubbi (faccio un figlio perché devo o perché voglio?): si scoprono umane, vive, forti, nel saper convivere con quei dubbi, con l'incertezza, con l'incompletezza. Abbiamo capito che essere madri non è un destino, che fare un figlio non ci assegna un'identità, che l'identità non è un ruolo, che il ruolo non fa una funzione, una funzione non fa una vita. E Chiara Francini è salita sul palco più importante della televisione italiana e ha detto tutto questo, e moltissimo di più, ma erano le due di notte, l'ora dei film difficili, o violenti, o sconci, o brutti, o sottotitolati in ungherese, ed è complicato non vedere, in questo, qualcosa di peggio della censura: il disinteresse. Per la Rai il monologo di Francini non era abbastanza importante, era un'emozione da poco, una digressione per privilegiate, una suggestione fuori orario, qualcosa su cui dormire. Francini è stata nascosta di notte come i gatti neri, i pessimisti e i cattivi pensieri, perché non ha parlato in bianco o in nero ma in grigio, ha sorriso nel pianto, è stata tutto e tutto è ancora troppo, e perché, evidentemente, la Rai ritiene che una donna che ragiona sul fare o non fare un figlio sia ancora indigeribile, o digeribile solo in dormiveglia, all'ora del sesso stanco, dell'attenzione stremata, delle priorità ridotte a bisogni. Peccato.Dormivano le madri e i padri ai quali nessuno prima di ieri notte aveva mai detto, sul primo canale del servizio pubblico italiano, che sono violenti perché ci obbligano a festeggiarli, onorarli, adattarci a loro, assomigliare a loro. Nessuno aveva mai detto che alcuni bambini nei passeggini sono «mostruosi e pieni d'amore». Nessuno, su Rai1, aveva mai detto che tra le ragioni per cui una donna sceglie di non fare un figlio, a volte, c'è la consapevolezza che lo vorrebbe uguale a sé, e capisce che sarebbe un'ingiustizia che non saprebbe non commettere, e allora lascia stare, preferisce essere ingiusta per conto proprio, e le piacerebbe che qualcuno vedesse in questo la responsabilità che si prende verso il futuro. Nessuno aveva mai detto, a Sanremo, che non è vero che le donne che non fanno figli hanno paura di perdere l'attenzione del mondo: sanno benissimo che non l'avranno lo stesso. E che non la abbiano se non per messa in scena ci è stato ampiamente dimostrato a Sanremo, dove se sei madre felice parli alle 22 e se sei non madre dubbiosa parli alle 2 del mattino. A parziale rimborso, aggiustamento, salvataggio in corner dell'occultamento gentile di Francini, alla fine, è arrivata Chiara Ferragni, che per parlare usa i vestiti, così che la si possa ascoltare dalla prima serata. Da svegli. Con gli occhi. --© RIPRODUZIONE RISERVATA