Comunque vada dopo la guerra in Ucraina l'Europa sarà diversa

Se Macchiavelli potesse osservare la guerra in Ucraina per ragionarvi richiamerebbe a se stesso le proprie parole: «Mi è parso più conveniente andare dietro alla verità effettuale della cosa che all'immaginazione di essa» (Il Principe). Se la guerra è l'estremo limite della politica il problema allora è che la sua verità effettuale è, oltre alle forze in campo, anche la percezione delle parti in conflitto (la loro idea si sicurezza/sopravvivenza politica). E questo appartenendo alle visioni politiche rende arduo cogliere proprio la "verità effettuale". Vale in particolare per gli europei occidentali disabituati da decenni alle parole della guerra che ora brucia nel loro Est vicino. Per loro la domanda principale è se rischino con la Nato di finirci dentro come su di un piano inclinato. La volontà dei governo lo esclude ma la possibilità c'è. Per questo per l'Europa e l'Occidente conta capire quale sia la visione politico/strategica che ne guida l'impegno militare in Ucraina. Pare escludersi che sia quella propria alla Realpolitik del pensiero occidentale che ha in Kissinger e Mearsheimer il vertice. Piuttosto la retorica sembra essere vetero wilsoniana presa a ridurre le relazioni internazionali a scontro tra bene e male che se seguito come principio dovrebbe valere sempre. Ma se realmente accettato mai sarebbe stata concepibile la tragedia del ritiro dall'Afghanistan come oggi l'abbandono degli azeri; e prima dei curdi che tanto hanno dato all'Occidente. Quindi perché in Ucraina? Soprattutto, fino a dove può portare il conflitto?Forse per l'Occidente dinnanzi alla sfida di Pechino l'infilarsi in questa guerra è la sottovalutazione del fronte di crisi prioritario. Nondimeno la fuga da Kiev come replica dell'Afghanistan sarebbe devastante. Ma pure l'intervento diretto in Ucraina sarebbe duro da reggere e minerebbe la tenuta della Nato. Certo nessun governo occidentale contempla di mandare truppe (almeno ufficialmente) in Ucraina. Ma gli effetti indesiderati e non-voluti vanno messi in conto in politica.La rivista di geopolitica Limes vede un piano inclinato che dagli aiuti militari porta all'impegno militare diretto. Se la Nato condivide con Kiev il ritorno dei confini allo status quo prebellico allora l'intervento militare diretto è nelle cose, voluto o meno che sia.L'alternativa è l'abbandono "afghano" di Zelensky. L'altra sono gli scarponi sul terreno. A meno che Washington e Mosca, le principali detentrici delle chiavi della guerra, abbiano altre ipotesi. Il direttore di Agi Sechi correttamente afferma che vada determinato cosa s'intenda per vittoria e sconfitta. Il motivo è che senza dare significato a tutto ciò è impossibile dare contenuto alla parola "pace". Così però la guerra è una spirale autoalimentante.Ciò vale pure per la questione dell'invio delle armi a sua volta legata agli obiettivi e alla fine del conflitto. Resta decisivo ciò che nel 1832 scrisse il filosofo della guerra Clausewitz: "Per determinare la misura dei mezzi che si dovrà mettere in azione per la guerra, si dovrà valutare lo scopo politico proprio e quello dell'avversario".Il dilemma vale per le armi inviate per resistere ma mai per vincere (cioè colpire la Russia) onde evitare un'escalation. Forse l'unica possibilità è la "soluzione coreana" (bloccare tutto sulle attuali linee del fuoco) al prezzo di congelare una guerra nel cuore d'Europa. Comunque vada, la geopolitica nell'Ue è destinata a mutare spostandosi il potere dall'asse franco-tedesco alla Polonia (nuovo fulcro militare continentale) e al Regno Unito in stretto legame con Washington. Comunque vada, nel dopoguerra l'Europa politica avrà altri equilibri sanciti dall'ingresso di Kiev. --