Autonomia regionale finti passi in avanti prima del trabocchetto finale
Autonomia regionale: l'ultima promessa del ministro Calderoli sull'ennesimo passetto atteso a giorni (l'ingresso del testo in pre Consiglio dei ministri) rientra nel copione che si trascina stancamente dai referendum di cinque e passa anni fa; ed è chiaramente dettato dall'esigenza della Lega di incassare un input di consenso in vista delle ormai imminenti cruciali elezioni lombarde. Ma poi il calendario del percorso snocciolato dallo stesso ministro, tra un comitato e una commissione, fa capireche la strada è ancora lunga, e tutta in salita; con una pendenza che in termini ciclistici equivale a una scalata dello Zoncolan. Al netto delle aspre polemiche sui singoli punti, dove ognuno non solo mantiene le proprie posizioni ma anzi le accentua, il vero nodo sta nel consenso/dissenso di sostanza sul concetto di fondo che sta alla base della riforma: federalismo contro centralismo; scontro aperto fin dal momento dell'unità d'Italia, col primo sistematicamente sconfitto da oltre un secolo e mezzo. Per ragioni politiche, certo, ma più ancora di opinione pubblica, con un macroscopica spaccatura tra nord e sud, che i partiti anziché gestire cavalcano. Succede tuttora: nell'attuale minoranza, con la bocciatura del candidato alla segreteria Pd Elly Schlein, ma anche con la frenata del probabile vincitore Stefano Bonaccini, su posizioni ben diverse da quelle di quando da presidente dell'Emilia Romagna aveva condotto il referendum. Succede altrettanto nella maggioranza: dove sono di casa gli "andiamoci piano" di Fratelli d'Italia; e dove ha fatto rumore la frenata del vice capogruppo della stessa Lega Domenico Furgiuele (fedelissimo di Salvini...), secondo il quale l'autonomia non arriverà quest'anno. A complicare i cantieri della riforma non è solo il Palazzo. In una Confindustria spaccata in due tra nord e sud, pesa eccome l'intervento del presidente nazionale Carlo Bonomi, associatosi al mantra di chi segnala il pericolo di dar vita a due Italie. Ed è palese che più il percorso avanza, più crescono le resistenze. D'altra parte, la Lega non dovrebbe dimenticare l'amara lezione del precedente della "devolution", molto più soft dell'odierna autonomia, giunta a diventare legge dopo quindici anni di tentativi ma sonoramente bocciata dal referendum del 2006 col 61 per cento di no, anche per il palese disimpegno degli allora alleati del Carroccio (con altre etichette di partito, gli stessi di oggi); con la prevalenza dei sì solamente in Lombardia e Veneto, per giunta con un risicato 55 per cento. Le vere motivazioni, per quanto sommerse, oggi sono le stesse di allora: il timore di molti partiti, da destra a sinistra, di perdere consenso nei rispettivi bacini elettorali di centro-sud.Che sia nel 2023 o più avanti, il lavoro di Calderoli andrà sicuramente in porto. Ma la sola vera chiave di volta sarà nel momento in cui l'autonomia entrerà in Parlamento: dove il rischio di essere bocciata o nella miglior ipotesi stravolta è molto più di un sospetto. E per la Lega, sarebbe il de profundis. --