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l'analisiAlessandro Barbera / ROMAIl decreto c'è, la soluzione al pasticcio sulla benzina chissà. Giorgia Meloni per ora ci prova con un testo di cinque articoli: obbligo per i gestori di esporre il prezzo medio dei carburanti, sanzioni, la riesumazione della cosiddetta «accisa mobile», in vigore dal 2008 ma della cui efficacia non si è mai accorto nessuno. Tenere sotto controllo il mercato dei petrolio non è cosa semplice in un Paese libero. Ci sono zone o strade sulle quali la stessa compagnia permette ai gestori prezzi più bassi, altre sulle quali i prezzi sono sempre alti. È il caso delle autostrade in cui il consumatore finale paga la sovrattassa imposta dalle società concessionarie della rete. L'unica soluzione efficace per tenere a bada i prezzi era quello che il governo ha deciso di abbandonare per mancanza di risorse: lo sconto sulle tasse - e per tutti - introdotto dal governo Draghi lo scorso marzo. La premier deve sperare che le proteste si fermino qui, e che il prezzo della benzina non torni a salire. La prima prova sarà martedì, quando i gestori, che hanno fin qui congelato lo sciopero proclamato per fine mese, torneranno a incontrare il governo. Le associazioni di categoria già chiedono modifiche al decreto, in particolare alla parte in cui li si obbliga ad esporre cartelli con le medie regionali, senza i quali rischiano sanzioni da cinquecento a seimila euro.Riuscirà la maggioranza a reggere l'urto della lobby dei benzinai in Parlamento? La faccenda non è politicamente banale, poiché le vittime degli aumenti sono anzitutto gli automobilisti. L'altra prova del fuoco sarà il 5 febbraio, quando entrerà in vigore l'ultimo pezzo dell'embargo europeo sul petrolio russo. O meglio, delle norme in virtù delle quali il greggio russo non potrebbe essere esportato a prezzi superiori ai sessanta dollari il barile. L'embargo deciso dall'Unione europea come ritorsione per la guerra in Ucraina è partito lo scorso 5 dicembre. Da allora il prezzo di riferimento del petrolio Brent è salito da 79 a 83 dollari il barile. La Russia è il terzo produttore mondiale di petrolio, il primo Paese esportatore. Per questo motivo, molti esperti avevano previsto conseguenze più gravi, e la ragione è presto detta: pur di vendere il petrolio, Mosca ha deciso di continuare a esportare a prezzi più bassi. «Anche cinquanta dollari il barile», racconta il direttore di Nomisma Energia Davide Tabarelli. I colossi di Stato russi, tutti sotto il rigido controllo di Zar Vladimir Putin, estraggono undici milioni di barili al giorno, ne esportano sei. Secondo le stime più pessimistiche, la produzione avrebbe dovuto scendere a otto. Dice ancora Tabarelli: «Visto come è andata fin qui non me la sento di fare scommesse. E d'altra parte le variabili sui prezzi del greggio sono sempre molte». Ci sono di mezzo ad esempio le decisioni del cartello dei produttori (l'Opec) e le aspettative sull'andamento dell'economia mondiale. Che accadrà ad esempio in Cina, uno dei principali importatori di petrolio? «In questo momento c'è un eccesso di offerta, i prezzi nel medio termine potrebbero anche scendere», dice Tabarelli. Per Giorgia Meloni sarebbe la salvezza, dopo aver promesso (dall'opposizione) il taglio delle tasse sui carburanti ed essere stata costretta (dal governo) a normalizzarle. --© RIPRODUZIONE RISERVATA