"Padroni a casa propria" e una vecchia lezione firmata Sigmund Freud

Se dico a un mio interlocutore che "nessuno è padrone a casa propria", probabilmente ricevo a mo' di commento un sorriso tra il compatito e l'ironico. È infatti una frase che risulta del tutto stonata rispetto ai tempi che stiamo vivendo, per tanti e ovvi motivi. L'autore di questa inattuale affermazione si chiama Sigmund Freud: la possiamo rintracciare nell'Introduzione alla psicoanalisi del 1917 ma risuona nella sua intera riflessione con riferimento specifico alla condizione della soggettività, laddove è in gioco il rapporto tra coscienza e inconscio. Secondo Freud l'"Io" deve riconoscere di essere solo una parte del soggetto e neppure quella principale perché è l'"Es" il vero protagonista, quel cavallo bizzarro sul quale siamo seduti e che tende a galoppare per conto suo. Tutta la psicoanalisi successiva si srotola a partire da qui arrivando fino a Lacan, che è forse quello che ha dipanato di più simile matassa traguardandola al nostro presente. È una matassa di problemi che oggi ci troviamo addosso con una pregnanza ancora maggiore, innanzi tutto per il fatto che invadono l'intera vita sociale, a partire dalla considerazione che la "casa" per noi è quella in cui abitiamo effettivamente, la nostra realtà complessiva di abitanti qui e ora, nelle famiglie, nelle solitudini, nelle disuguaglianze economiche e politiche, in tutte le difficoltà dentro cui oggi viviamo. Questa casa non può essere soltanto una metafora dell'io, qualcosa che appartiene esclusivamente all'interiorità di ciascuno di noi. È curioso: quel sorriso che appare sul volto di chi ascolta la frase "nessuno è padrone a casa propria" non riguarda l'idea di padronanza. È come se accettassimo implicitamente le idee di padrone e di padronanza non vedendo in esse alcun problema, nessuna difficoltà di comprensione, o, ancora di più, come se qui fosse in gioco soprattutto una spiacevole perdita o, in altri termini, quasi accettassimo come normale e augurabile l'essere "padroni" di noi stessi, e come una sventura da evitare il venir meno della nostra "padronanza". Essere liberi significa essere padroni? Sembra una bestemmia, tuttavia spesso, quasi sempre oserei dire, ci comportiamo come se tale identificazione - che riconosciamo come blasfema - fosse banalmente vera. Invece, il lato in ombra di questo decisivo problema resta proprio la nostra attuale e generale incapacità di mettere in discussione il senso della padronanza, che viene assunto e ripetuto come un dato di fatto. Chi non vuole essere padrone di sé stesso e della propria vita? Chi sarebbe davvero disposto a riconoscere che in tale affermazione, in simile godimento della padronanza, sta qualcosa di molto discutibile? O ancora peggio: che solo mettendo sotto radicale discussione la questione del nostro desiderio di essere padroni, potremmo raggiungere quella capacità critica senza di cui abbiamo un'idea confusa di che cosa sia un soggetto e di come possiamo procurare a noi stessi, e a coloro che vivono insieme a noi, qualcosa di simile a una condizione di libertà meno astratta e meno illusoria di quella che enunciamo di solito con un empito di convinzione. --