«Terribile il rumore del cavo che salta» In aula l'audio che ha spalancato l'orrore

Verbania«Non chiedetemi niente, io sono morto il 23 maggio dell'anno scorso, con tutte le vittime dell'incidente». Enrico Perocchio, l'ingegnere biellese direttore di esercizio della funivia del Mottarone, non dichiara altro uscendo dall'aula giudiziaria allestita nella sala convegni della Provincia del Vco a Verbania. Gabriele Tadini, il caposervizio, si lascia andare a qualche parola in più: si sente responsabile di quanto è accaduto, non si dà pace, si rifugia nella preghiera per non impazzire. Sono i principali indagati del disastro che ha causato la morte di 14 passeggeri.Il terzo inquisito su cui finora si sono fissati gli occhi della magistratura è Luigi Nerini, il titolare delle Ferrovie del Mottarone, la società concessionaria - per 50 anni - dell'impianto. Lui è assente all'udienza per l'incidente probatorio: è la fase in cui i periti del tribunale di Verbania espongono i risultati a cui sono giunti con le loro ispezioni e verifiche. Nerini non c'è e a dire qualche parola ai giornalisti è il suo avvocato, Pasquale Pantano, che annuisce alle dichiarazioni del presidente del collegio dei periti Antonello De Luca: il loro lavoro si è in gran parte focalizzato sulla catena dei controlli.Nerini ha sempre ribadito che lui si occupava della parte commerciale e amministrativa, per quella aveva assunto tecnici, sottoscritto con Lietner un contratto annuale per le manutenzioni. «Se si fosse rispettata la normativa, precisa e puntuale in materia di servizi pubblico di trasporto, l'incidente non sarebbe accaduto» ribadisce De Luca. Con un pool di colleghi, ingegneri e docenti universitari, ha passato in rassegna tutto quello che è stato fatto e sopratutto omesso di fare nella gestione della funivia, con un cabina precipita nel vuoto perché la fune traente si è spezzata ed erano disinseriti i freni di emergenza, che l'avrebbero tenuta appesa al cavo portante.L'audio della fune rottaL'ingegner Mario Bonfioli ha sovrapposto alle immagini, in cui si vede la cabina che stava per sfiorare la plancia di arrivo in vetta retrocedere all'impazzata, l'audio in cui si sentono gli ultimi due dei 114 fili rompersi, per «fatica e corrosione». Il 68% si erano già strappati in precedenza, all'interno del manicotto che contiene il tratto più delicato del cavo, quello vicino alla testa fusa, l'amalgama metallico che lo salda alla cabina. «E' stato orribile vedere quei frame e sentire quei rumori» dice l'avvocato Anna Gasparro, cugina di una delle vittime. Bonfioli ha anche analizzato le prestazioni del dispositivo, fornito dal Leitner, della plancia di comando installato nella cabina intermedia dell'Alpino, evidenziando come fosse inadeguato a rendere comprensibili le anomalie del funzionamento dell'impianto. Nel pomeriggio è stato il professor De Luca a sintetizzare il resto dei capitoli che compongono una perizia di oltre mille pagine. Nell'ultima ora si è soffermato su una parte che la procuratrice Olimpia Bossi ha chiesto di riprendere questa mattina, considerandola particolarmente importante. E' quella che riguarda la compilazione dei registri dei controlli quotidiani, mensili e annuali dell'impianto, che spettavano a Tadini, Perocchio - dipendente di Leitner - e all'Ustif, oggi Ansfisa, organismo del ministero dei Trasporti. «Due (intendendo Tadini e Perocchio, ndr) sono già stati inchiodati alle croci, ma intorno ne vedo almeno tre o quattro ancora libere» è il commento amaro dell'avvocato Marcello Perillo, difensore del caposervizio che da subito confessato le sue responsabilità.Per oggi la scaletta dei lavori prevede il completamento dell'esposizione del professor De Luca e poi l'inizio del contraddittorio. Comincerà la procuratrice Bossi con i suoi consulenti Giorgio Chiandussi, Donato Firrao e Paolo Pennacchi. Lunedì si continuerà il controesame dei legali dei famigliari delle vittime e poi degli indagati, che comprendono oltre Tadini, Perocchio e Nerini, i vertici di Leitner e i responsabili delle ditte a cui l'azienda altoatesina aveva subappaltato gli interventi di manutenzione, a partire da Sateco, che nel novembre del 2019 aveva effettuato l'indagine magnetoscopica delle funi, senza rilevare pericoli. «Il contratto prevedeva esclusivamente quello, non il controllo del pezzo all'interno del manicotto» precisano i legali dell'azienda torinese. Tre giornate di udienza non basteranno per i lavori: il gip Annalisa Palomba ha già fermato in agenda due date a novembre, due a dicembre, tre a gennaio e due a febbraio. --