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LyubymivkaL'orologio è a terra col vetro rotto le lancette sono ferme all'1: 25, l'ora in cui nella notte tra 10 e 11 ottobre la scuola è stata bombardata dall'artiglieria di Vladimir Putin. Secondo Mosca lì si nascondevano le forze armate ucraine. Ora del complesso educativo nel distretto di Velyka Kostromka, nell'oblast di Kherson, rimane in piedi una parte, il resto sono macerie. La regione è il nuovo fronte caldo della guerra russo-ucraina, dove è in corso l'offensiva più penetrante ed efficace delle truppe di Kiev, su tre direttrici. Una è quella che fiancheggia il fiume Dnypro sulla porzione più orientale della regione, ed è lì che seguiamo la scia della nuova spallata governativa. Sono due gli elementi che confermano come in questa parte del Paese potrebbero decidersi in tempi non troppo lontani i nuovi equilibri del conflitto. Il primo è che le forze ucraine vi hanno accumulato equipaggiamenti militari, con decine di migliaia di truppe già dispiegate lungo la linea di contatto, come conferma il vice governatore Kirill Stremousov. Il secondo arriva paradossalmente per bocca dei filo russi. Le Forze di Kiev «hanno iniziato un'offensiva in direzione di Novaya Kamenka-Berislav». Sul campo ci sono «fino a due battaglioni di fanteria della 128ma brigata d'assalto e un battaglione di carri armati della 17ma brigata», dice il vice capo dell'amministrazione regionale filorussa Kirill Stremousov. Due giorni fa il comandante delle forze russe in Ucraina, generale Serghei Surovikin, aveva ammesso che la situazione militare e tattica nella regione «è complicata» sottolineando che le truppe di Mosca si preparano ad evacuare la popolazione civile da Kherson già annunciata a causa dell'offensiva ucraina. Puntuale, 24 ore dopo, è giunto l'ordine. «A Kherson è iniziato lo sfollamento organizzato dei residenti verso l'altra sponda del fiume Dnipro», hanno dichiarato sui social media i funzionari filorussi della città di Oleshky, mentre la televisione russa Rossiya 24 ha mostrato immagini di persone in attesa di imbarcarsi per attraversare il fiume. Il 40% circa dei residenti sarebbe stato già stato trasferito. Entriamo nella regione di Kherson da una strada di campagna che ci porta alla scuola bombardata, davanti alle macerie il personale dell'istituto, assieme a persone di buona volontà del villaggio, accatastano mattoni per iniziare quanto prima la ricostruzione degli edifici. Il sorriso sul loro volto è un pugno allo stomaco dei russi. «Siamo contenti perché la scuola verrà ricostruita e adesso ci sentiamo più sicuri, ci hanno bombardato ma non ci hanno fermato, è l'orgoglio ucraino», dice Natalia, la vicepreside. Olga, la capo villaggio è più prudente: «Saremo sicuri solo a guerra finita». Indica verso l'alto a rimarcare i boati dei cannoni che si sentono non troppo in lontananza.Seguiamo le loro scie sino alla città di Lyubymivka, qui sino a qualche giorno fa correva la linea del fronte, oggi restano i proiettili di artiglieria abbandonati nei boschi. I russi retrocedono e gli abitanti iniziano a tornare nelle case o in quello che resta. Il villaggio ha diversi ingressi, due sono ancora impraticabili perché minati. «Le truppe di Putin ci hanno occupato per un mese, poi c'è stata una battaglia cruenta e sono arrivati i nostri militari a liberarci», dice Tatiana, la sindaca di fatto di Lyubymivka. Da quel momento la città è diventata una sorta di avamposto fortificato delle truppe ucraine, al di là del campo di girasoli c'era l'armata di Putin con pezzi di artiglieria e carri armati, alcuni sono ridotti a carcassa in quello che è diventato un cimitero dell'avanzata di Mosca. Tatiana racconta che i soldati ucraini si sono accampati a casa sua per mesi resistendo al martellamento russo. Ciò che rimane dell'abitazione appare il risultato di bombardamenti al fosforo, testate arricchite e armate sui proiettili di artiglieria da 125 millimetri. La donna fa strada nella cantina che era diventata il rifugio delle truppe di Kiev. A terra sono rimaste le coperte usate come letto, assieme ai tappeti sui muri per contrastare la penetrante umidità. Nelle stanze al piano di sopra ci sono ancora le sedie per i turni di guardia. «Sono morti in tanti, in troppi», dice alzando il volto per fermare le lacrime. La traiettoria dei suoi occhi punta verso la bandiera giallo-blu issata sul tetto, è stata lei a metterla appena tornata a casa, "in onore di chi è caduto, in onore di chi ha combattuto e in onore dei civili che ora possono tornare nelle loro terre". Anche la chiesa completata appena prima della guerra non è stata risparmiata, ora è una groviera di cemento. Oleg ci mostra le macchine agricole che utilizzava prima della guerra, sono irriconoscibili, deformate anche quelle. In tutto il villaggio solo Nina e Vadym sono rimasti sempre presenti, non se ne sono voluti andare nemmeno quando bombardavano fortissimo, avevano gli animali e volevano prendersi cura di loro. «Ci hanno ammazzato una mucca e un paio di maiali, però adesso siamo tutti qui di nuovo assieme», dice Nina mentre abbraccia la nipotina tornata da qualche giorno dalla casa di alcuni parenti dove è stata portata per metterla al sicuro. «Dimenticare? - prosegue -. Nei giorni peggiori la terra tremava, quando eravamo nello scantinato abbiamo contato 100, 120 colpi ogni ora, erano senza misericordia. Ma ci proveremo». --© RIPRODUZIONE RISERVATA