La calda estate del Pd di Letta
Deve fare una gran fatica il buon Enrico Letta a non dire tutto ciò che pensa dell'avvocato Conte e dei suoi confusi seguaci. Potrebbe sbottare, ma non lo fa. Innanzitutto perché il leader del Pd - come ha confermato in questi quindici mesi di gestione del partito - è persona seria e pacata, poco avvezzo a teatrini e a colpi di testa; ma anche perché la situazione che si va delineando è ambigua e non è possibile immaginare se e con chi sostituire l'alleanza elettorale e di governo con il Movimento Cinque Stelle che è stata finora componente importante della strategia del Pd.Cominciamo da qua. C'è appena stata la minaccia di Franceschini: un'uscita dei 5S dal governo Draghi significherebbe anche la fine dell'alleanza con il Pd. E Conte sembrava aver capito l'antifona, come il voto di fiducia dell'altro ieri confermava. E invece dal Movimento trapelavano nuove minacce - "con la fiducia al Senato chissà..." - e anche l'ipotesi che la rottura possa magari avvenire a settembre, dopo l'estate che è di tregua per definizione, e soprattuto quando il rischio vitalizio è stato cancellato.Non è l'unica novità di queste ore. Il tam-tam ripete che un Draghi bis non sarebbe un tabù. Traduzione: se Conte molla, si potrebbe andare avanti con i Di Maio boys e sperare che la Lega non segua il cattivo esempio, insomma che prevalga il governismo di Giorgetti. Sarebbe pur sempre un governo di larga unità, con un pezzo in meno, sì, ma pur sempre di larga unità. Mattarella si inchinerebbe alla volontà parlamentare, e Draghi non smentirebbe ciò che ha detto. Sarebbe un modo per affrontare senza contraccolpi gravi la parte finale della legislatura che coincide con una difficile legge di bilancio, una tappa decisiva del Pnrr, la guerra in Ucraina. Ma per Letta e il Pd il problema resta, forse perfino più grave.Se questa legge elettorale non si tocca e non si trova il tempo - ce n'è poco a disposizione - per cambiarla e tornare a un sistema proporzionale - che renderebbe la ricerca di un'alleanza ancora più complicata, ma darebbe a molti la libertà che vogliono - per Letta non c'è altra strada che confermare l'alleanza con Conte. Certo, i 5S non hanno più la forza degli anni passati, e devono sperare nella benevolenza del Pd per assicurarsi qualche seggio, ma l'unico modo che hanno per tenere sulla corda l'alleato è minacciare continuamente sfracelli e cadute di governo. Fino a giocare davvero la carta estrema dell'uscita?E in quel caso, fare finta di niente e amici come prima anche dopo il colpo di testa? Una fetta consistente del Pd preme per quel "no" che finora non è stato detto per senso di responsabilità e fiducia nel governo Draghi come unica carta. Ma lo stesso Letta sa che gestire con Conte un cartello elettorale e poi il dopo Draghi è impresa da far tremare le vene e i polsi. D'altra parte se rinuncia a questa alleanza "esclusiva" e fa dei 5S alleati come gli altri, il Pd deve allargare il campo, come Letta ripete, e guardare verso forze che condizionerebbero la loro presenza nell'alleanza all'esclusione dei 5S. Un bel rebus. E poco tempo per risolverlo. Il tempo di un'estate. --© RIPRODUZIONE RISERVATA