La solitudine nuova emergenza il volontariato lancia l'allarme

PAVIAC'è bisogno di spazi, di luoghi di aggregazione. Per bambini, adulti, anziani, persone ai margini della società. Per tutti insomma. È questa l'eredità lasciata da due anni di pandemia e di isolamento forzato, un'esigenza avvertita in maniera forte da tutto il mondo del welfare e del volontariato pavese. Il quadro è emerso nel corso dell'incontro di ieri al Collegio Cairoli, in cui il Csv Pavia sud ha reso noti i risultati di una ricerca condotta per indagare i processi di attivazione delle reti tra associazioni, il loro funzionamento e -appunto- le emergenze intercettate.I PROGETTISono 115 gli enti passati in rassegna e dieci progetti attivati, di cui due attraverso reti che hanno facilitato la diffusione. A introdurre i lavori, dopo i saluti del rettore del Cairoli Andrea Zatti, è stata la presidente del Csv Lombardia Sud Maria Luisa Lunghi insieme a Giancarlo Albini, presidente di Fondazione Comunitaria della provincia di Pavia e Chiara Tommasini, presidente CsvNet. Interessante l'intervento dello psicosociologo Ennio Ripamonti, che ha spiegato come la collaborazione sociale funzioni come le foreste. «Gli studi della scienziata ambientale Suzanne Simard hanno dimostrato che le foreste sono sistemi viventi complessi in cui enormi reti sotterranee di funghi permettono agli alberi di comunicare e cooperare fra di loro -ha detto Ripamonti- così in un'epoca come la nostra, segnata dal logoramento dei legami sociali e dalla crescita la solitudine, la ricerca ci consente di comprendere come sia possibile alimentare ecosistemi collaborativi su piccola scala (paese, borgo, quartiere)». La presentazione della ricerca di comunità nel territorio pavese è stata affidata ad Alice Moggi, Project Manager di Csv Lombardia Sud. «È proprio questo il punto fermo, in modo trasversale il territorio considera prioritario rimettere al centro la persona e le relazioni sociali -ha esordito Moggi- la prossimità dei servizi e l'attenzione alla comunità come valore e la promozione di stili di vita più sani e consapevoli. E in tutti è emersa la volontà di ripartire dopo la pandemia e il desiderio di confrontarsi con ambiti nuovi».RADICIIl senso del nome della ricerca, "Radici di comunità", è stato spiegato così da Alice Moggi. «Le reti che hanno funzionato bene anche nel periodo della pandemia sono quelle che avevano saputo mettere radici -ha sottolineato- i processi di coinvolgimento di altri soggetti, pubblici e privati, nella rete si sono fondati principalmente su un sistema di relazioni tra soggetti che operano sullo stesso territorio e su problematiche simili; importanti in proposito si sono rivelate relazioni pregresse positive, conoscenze personali di singoli volontari o di organizzazioni, vicinanze di ideali e interessi tra organizzazioni pur con competenze diverse»Quindi radici forti per portare avanti il proprio impegno in modo continuato e capacità di concentrare l'attività su un ambito di dimensioni ristrette e circoscritte per cogliere le questioni sociali emergenti. E qui l'allarme è stato ben chiaro: «Il timore dell'onda lunga del Covid ha portato a sofferenze psicologiche, soprattutto fra fasce di popolazione più vulnerabili con l'esclusione sociale e la marginalità delle persone più fragili e tutta la questione educativa per i minori e il ruolo genitoriale in crisi. E più in generale il tema dell'isolamento e della solitudine». --Daniela Scherrer