Senza Titolo

il personaggioGiulia Zonca /ROMAUn oro olimpico al collo pesa e così Gianmarco Tamberi se lo leva di dosso. Tanto è costato in attesa, sacrifici e anni spesi nell'inseguimento che il campione era convinto se lo sarebbe tenuto sempre addosso, invece lo mette via: «Capitolo chiuso». Oggi Gimbo salta a Roma, dentro l'Olimpico apparecchiato con 16 ori di Tokyo e 36 italiani in gara, una notte in cui le stelle non stanno a guardare e l'azzurro vuole volare. Ai Giochi si era presentato senza fronzoli, come se la gara fosse un pellegrinaggio per gli dei dell'alto a cui offrire tutta la devozione e la purezza possibile, ma quel viaggio è archiviato. Nell'ultima competizione Tamberi ha riproposto la mezza barba, diventata un logo, e stasera si inventerà altro: «Avevo abbandonato i riti scaramantici, le trovate, però sapevo che sarebbero tornate fuori perché le sfoggio quando voglio mettermi con le spalle al muro». L'ultima uscita è stata un successo da 2 metri e 30, «il modo in cui mi presento in pedana mi aiuta a trovare delle soluzioni: se vai male rasato a metà o con i capelli blu, verdi, platino, se ti fai notare, le persone possono sfotterti. Mi metto in difficoltà da solo, mi costringo a fare bene». Contorto. Lui è così, si è caricato di pressioni e ha dilatato le tensioni per arrivare al successo in Giappone e ora, da trentenne, inventa nuovi passaggi obbligati per stuzzicare l'agonismo: «Non ho mai vinto il Golden Gala e lo voglio, mi manca il primo posto ai Mondiali outdoor e intendo prendermelo e punto pure a riuscire a saltare 2,40. Sono quote che meritavo di raggiungere e non abbandono il desiderio». Uno dei suoi obiettivi, il Mondiale all'aperto, si carica sulle scarpe disegnate dallo sponsor per le gare di Eugene, a metà luglio. Insieme con quel trasferimento dati immaginario, dalle ambizioni alla realtà, tutto il suo mondo. Le fedi nuziali, i nomi degli amici, delle città in cui ha vinto, dei piatti che non può mangiare quando si allena, tipo le lasagne e poi la palla da basket e il simbolo del Black power, il pugno chiuso: «Non mi sono mai inginocchiato perché non voglio che venga preso come un gesto strumentale, sarei fiero di farlo insieme ai miei compagni, come azione di gruppo. È una presa di posizione in cui credo. Tutti i miei idoli sono di colore, i grandi cestisti, gli atleti, la musica».Voleva condividere l'Olimpico con Jacobs e abbracciarlo in pista come è successo nel giorno ubriaco d'oro, a Tokyo, ma lo sprinter è reduce da un infortunio e ci sarà solo per un saluto al pubblico. --© RIPRODUZIONE RISERVATA