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i avvicina il momento: prima di prescriverci un farmaco il medico potrà chiederci di sottoporci a un test genetico, così da decidere il composto migliore per noi in base al nostro Dna. L'obiettivo sarà massimizzare l'efficacia della terapia e minimizzare il rischio di effetti avversi.Questi scenari da fantascienza sono quelli della farmacogenomica, che in Gran Bretagna diventerà pratica clinica entro 36 mesi. Secondo un rapporto della British Pharmacological Society e del Royal College of Physicians, i test genetici per scegliere i farmaci più adatti a ciascun paziente (almeno per le medicine più prescritte) devono essere integrati al più presto tra le prestazioni della Sanità britannica.Intitolato «Prescrizioni personalizzate: utilizzo della farmacogenomica per migliorare i risultati clinici dei pazienti», il rapporto identifica risorse e azioni, spiega Mark Caulfield, presidente della British Pharmacological Society. «Abbiamo la tecnologia per eseguire test genetici su 40 farmaci di uso comune - dice il rapporto -: l'analisi costerebbe intorno a 100 sterline e sarà eseguita con un campione di sangue o saliva».La farmacogenomica si basa sul fatto che ciascuno di noi risponde in modo diverso allo stesso farmaco, a seconda del proprio Dna. Uno stesso medicinale può funzionare bene per un certo paziente, essere inutile o addirittura dannoso per un altro. Per il 99,5% delle persone esiste almeno un farmaco potenzialmente pericoloso per motivi genetici. Quanto agli anziani, a cui vengono spesso prescritti molti farmaci, hanno una probabilità del 70% di assumere almeno un medicinale il cui effetto sarà influenzato dal proprio patrimonio genetico. Alcuni test farmacogenomici sono già disponibili per uso clinico: la Sanità britannica offre di routine test per guidare la prescrizione dell'abacavir, un farmaco per l'Hiv e del 5-fluorouracile, un antitumorale.Altri test genetici pronti all'uso, ma non ancora erogati, riguardano antidolorifici e antidepressivi. Un esempio è il test GeneSight, che individua lo psicofarmaco più efficace e sicuro per il singolo paziente, riducendo il rischio di fallimenti terapeutici e quasi raddoppiando le possibilità di guarigione dalla depressione. Un ulteriore test riguarda un antibiotico, la gentamicina, utilizzato per trattare infezioni gravi, che in una persona su 500 può causare sordità: l'esame scongiurerà questo evento avverso, indicando un antibiotico alternativo. Sotto la lente finirà anche la codeina, un antidolorifico molto diffuso: tra il 5 e il 10% degli europei è privo del gene che consente a questo medicinale di funzionare. Così diventerà possibile offrire un'alternativa.«È tempo di allontanarci dal paradigma classico "un farmaco e una dose unica per tutti" - spiega Munir Pirmohamed, farmacologo e genetista dell'Università di Liverpool, a capo del team che ha elaborato il rapporto -: adotteremo un approccio personalizzato in nome dell'efficacia e della sicurezza». --© RIPRODUZIONE RISERVATA