Dopo Bossi, Salvini ascesa e (rovinosa) caduta dei leader della Lega
Con la parabola discendente di Salvini, la Lega sta rivivendo la vicenda che giusto dieci anni fa segnò la rovinosa caduta di Bossi: oltretutto molto più carismatico dell'autoproclamato Capitano odierno, e di ben altra stoffa politica.La fine di Umberto dopo un ventennio di leadership incontrastata fu dovuta alla deriva ribalda di ritenere il partito cosa propria, trasformandolo in un (lucroso) affare di famiglia, circondandosi di una cerchia di mediocri e voraci consiglieri. Il declino di Matteo, in forme diverse, ricalca il vizio di fondo di utilizzare la Lega a colpi di perentori diktat in prima, anzi esclusiva, persona, oltretutto stravolgendone lo storico Dna. Un errore fatale, perché calpesta la storia stessa del partito. Fin da quando, nel 1992, il Carroccio sfiorò i quattro milioni di voti (arrivando già allora a una percentuale a doppia cifra sotto il Po, in Emilia), le sue fortune elettorali sono state dovute a un tenace, generoso impegno dei militanti: e speso non soltanto a ridosso dei vari turni elettorali, bensì a tempo e calendario pieno, con una capillare presenza sul territorio, tra un gazebo e un'assemblea, un raduno e una sagra.I voti, la Lega se li è conquistati sul campo uno per uno, mettendo assieme la strategia del suo capo con lo sfacchinare della sua base. Bossi ha saputo dare voce al malessere e alla protesta di un nord "fai-da-te", schierandolo contro il doppio asse di una Roma centralista e assistita, e di una Torino simbolo della cerchia dei garantiti, tra grande impresa e sindacato. Il suo esercito, nei decenni fedele, ha avuto il merito di tradurre questo messaggio in un'azione quotidiana di lavoro sul campo. Più dei consensi politici a livello nazionale, la qualità di questa presenza è testimoniata dalla rete capillare di amministratori locali leghisti. Già nel 2010 al nord, specialmente nella sua roccaforte lombardo-veneta, la Lega poteva contare su due presidenti di Regione, 15 di Provincia e 355 sindaci; con un elettorato trasversale, che arruolava un 48% di imprenditori; un 43% di lavoratori dipendenti; un 42% di giovani tra i 25 e i 34 anni; un 41% di cattolici praticanti. E oggi, malgrado tutto, rimane il principale soggetto politico a nord, in particolare tra il Veneto e la Lombardia. Dove una base di militanti di lungo corso, che i consensi se li è sudati sul terreno non cambiando felpe a ogni mutar di venticello, non tollera che l'uomo-solo-al-comando ne faccia strame con i suoi spericolati slalom che lo vedono finire sistematicamente fuori pista.La Lega è fedelissima al suo capo, perdonandogli molto; se però ha stabilito che per Bossi il tempo era scaduto, può farlo anche per chi è molto meno di lui. E lo farà, se vedrà sperperato per eccesso di protagonismo un patrimonio messo pazientemente assieme nel tempo. Con un Salvini che rischia di sperimentare sulla propria pelle il saggio monito di un teologo inglese del secolo scorso, William Ralph Inge: un uomo può costruirsi un trono di baionette, il problema è quando ci si deve sedere sopra. --