Al Pavia Pride sfilano in migliaia «È la nostra festa della Liberazione»

Silvio Puccio / paviaQuando il carro in testa al corteo è all'altezza di piazza della Vittoria, la coda non è ancora uscita da corso Garibaldi. È da li che le circa 6mila persone, secondo una stima degli organizzatori, si sono mosse per animare il Pavia Pride: «La nostra festa della Liberazione», dice Porpora Marcasciano, mentre intorno a lei sfilano giovani e adulti. Con le bandiere che rappresentano tutti gli orientamenti sessuali, sono lì per dire che l'amore è un diritto.«C'è ancora da fare»Attivista trans di lungo corso, consigliera comunale a Bologna, è lei la madrina del Pride. Addosso ha una camicia a fiori e degli occhiali da sole rosa fumè: «Li ho ritrovati di recente - aggiunge - sono quelli che ho indossato al primo Pride cui ho partecipato negli anni Ottanta. Da allora tante cose sono cambiate, ma c'è ancora chi dice che la nostra è solo ostentazione. Io dico che questo è un modo per essere visibili e portare bellezza, anche quando questo ci espone alle mani criminali di chi non vuole una società inclusiva».Il corteo sfila allegro, rumoroso e determinato. Il repertorio che esce dal muro di casse del carro è tipico del Pride: Raffaella Carrà, Elodie e Immanuel Casto, forse l'icona più riconoscibile del pop elettronico che dell'irriverenza sul sesso ne ha fatto tema musicale. «Siamo qui per fare rumore» afferma A., 17 anni. Insieme al collettivo del Grattoni di Voghera è venuta in città per rinfoltire lo spezzone di Uds (unione degli studenti). Sfila dietro lo striscione con i capezzoli coperti dal del nastro nero: tenuta adottata anche da alcune sue coetanee: «Vogliamo che la scuola sia inclusiva, stiamo lottando perché la carriera alias (cioè la possibilità di usare il nome scelto dalle persone trans e non quello assegnato alla nascita, ndr.) entri anche nelle scuole. Vogliamo che gli istituti siano più aperti all'educazione sessuale. Siamo qui per questo». C'è anche S., adolescente come lei. L'età in cui si comincia a scoprire il corpo dell'altro, e il proprio. «Io sono bisessuale - racconta - ho fatto coming out di recente. Ho avuto paura di dirlo alla mia famiglia, anche se non ho avuto reazioni negative. Sono qui per ribadire che quella paura non dobbiamo più provarla. Siamo qui per gridarlo». La sfilata avanza in Strada Nuova, i bassi rimbalzano sui muri del viale e scandiscono il ritmo di chi balla sotto il carro. Poi si conclude all'ombra delle torri di piazza Leonardo Da Vinci, dove è stato allestito il palco. Il presidente di Coming aut (l'organizzazione che ha organizzato la parata) sale i gradini e prende il microfono: «È la società che ci considera diversi - dice Davide Podavini - al centro del contendere politico ci sono i nostri corpi, i nostri diritti e la nostra vita. Non possiamo più accettarlo. Le relazioni si predicano in molti modi: tutte hanno la stessa dignità di esistere. I corpi sono liberi. Ingabbiare l'amore e i corpi delle persone non è possibile». «L'amore è un diritto»Mentre cammina, Dolores De Marco, 71 anni, innesta una bandiera sull'asta. Ha il simbolo di Agedo: associazione genitori e amici ragazzi omosessuali. «Sono venuta da Como - racconta - vogliamo che i ragazzi non si sentano soli nel loro processo di accettazione. L'amore è un diritto per tutti: né la chiesa, né lo Stato possono impedirlo. Non si sceglie chi amare: si ama e basta». «Due anni di pandemia hanno inflitto grande sofferenza alle persone non conformi - afferma Cecilia Bettini di Coming aut -. In molti contesti, lavorativi e sociali, viene ancora negata la dignità delle persone trans. Dobbiamo uscire dall'isolamento, mettere fine alla discriminazione e lavorare per l'inclusione». --