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Una buona definizione, tra le tante, dell'eroismo è che consista in fondo nella lotta dell'uomo contro la sua riduzione a ciò che è utile e intercambiabile, a ciò che serve. L'eroe, da Gilgamesh in avanti, è un uomo che si rifiuta di servire, gli altri uomini o gli dei, nell'unico modo possibile: realizzando i suoi atti in modo così impeccabile, assoluto da annullare ogni possibile uso che gli altri possano farne. L'atto eroico appartiene solo a loro. Gli eroi insomma sono incalcolabili, non c'è unità di misura per giudicarli o misurare il vantaggio che deriva dai loro atti. L'eroe è oltre la cultura e la Storia, persino quella storia singola in cui si sacrifica; accettando di essere sconfitto trionfa.L'epopea degli irriducibili soldati ucraini di Azovstal ( e forse non soltanto loro, i combattenti occidentali secondo molte voci che resteranno appunto sospetto, mito rovesciato non verificabile) si è conclusa ieri dopo 82 giorni con lo sgombero della acciaieria e il consegnarsi ai russi: una ''operazione umanitaria'' l'hanno definita gli ucraini per attenuare una sconfitta e farla assomigliare a una vittoria. ''Una giornata difficile'' ha ammesso il presidente Zelensky ma ''abbiamo bisogno di eroi vivi''. Ma questa è una storia non di eroismo ma della sua impossibilità. Non falsi, ma impossibili eroi gli uomini di Azovstal. E questo è il loro doppio dramma.Non tanto perché per diventare eroi si debba necessariamente morire. Certo, gli eroi trionfanti appartengono alla manifestazioni culturalmente meno raffinate del romanzo popolare e del cinema. Ma perché, fin dal primo giorno, la loro tragica odissea è stata circondata da una sensazione di sterilità e di assurdo. Erano protagonisti di una vicenda bellica in cui esplicitamente erano utili, servivano la propaganda degli uni e degli altri, ucraini e russi: i nazisti del battaglione Azov per Mosca, il simbolo della irriducibile resistenza ucraina per Kiev. La loro avventura era priva della sostanza eroica che può appartenere solo agli eroi.Potevano esserlo scegliendo, anche contro il governo di Kiev che li ha utilizzati, intelligentemente, nella strategia di comunicazione bellica, di deporre le armi non perché non ci fosse altra scelta ma per assicurare, subito, la libertà e la vita dei civili che erano rimasti imprigionati con loro nei sotterranei della acciaieria; e che hanno potuto uscire dopo un negoziato solo il primo maggio. In quel caso la resa sarebbe stato l'atto più limpidamente eroico che in quelle circostanze si potesse compiere.Abbiamo nelle settimane dell'assedio ascoltato gli appelli di soccorso dei loro comandanti e i reiterati rifiuti della resa come se fossero elettrizzati da una idea meravigliosamente sbagliata, quella di poter fare la guerra per conto proprio, come una partita privata. Non so quale sia la percentuale di "banderisti", i nazionalisti ucraini che purtroppo innalzano nefandi simboli sulle loro insegne, rispetto agli uomini della fanteria di marina ucraina. Questo non è rilevante in fondo. E' l'idea egoista di cercare la bella morte, che è un'idea fascista. Il vero sacrificio eroico è semmai rinunciarvi per salvare quelli, donne vecchi e bambini, che l'eroismo non lo hanno scelto.Allora le lunghe, insanguinate settimane di Azovstal, l'acciaieria più grande d'Europa, tutti a chiedersi quando sarà presa quella fortezza. E cominciò quasi tre mesi fa uno spettacolo drammatico e tutti, ucraini e russi, che vi recitavano con ebrezza; eccetto i cadaveri che mandavano il puzzo terribile tra le rovine degli edifici distrutti di Mariupol.Il perimetro della città che si restringe giorno dopo giorno e quella in mano agli invasori russi che si allarga, rovina dopo rovina. L'acciaieria è immensa, una decina di chilometri quadrati, una di quelle città della produzione che incantavano l'immaginario bolscevico e staliniano, con il proletariato che si fa demiurgo, le colate scintillanti di acciaio del nuovo mondo comunista che avanza inesorabile verso la vittoria. Eppure Azovstal era già un cadavere di ferro pronto a diventare cumulo e tomba. Dall'alto, scrutata dai droni, solo uno scintillio metallico, una densa vita di metallo che si specchia nel calore del cielo azzurro e delle grevi fiamme del sole. Sotto nei cunicoli, nei cinque, sei piani di sotterranei, loro, i vivi, unici vivi con le grandi latonie di cemento che li circondano con la loro ombra scura e il loro silenzio minerale.I russi anche qui si sono sbagliati. Hanno pensato che gli asserragliati fossero ormai bestia da macello, e invece anche qui si erano impadroniti dell'arte della battaglia . Finché era possibile combattevano, avanzavano, resistevano, si nascondevano nei sotterranei. Poi alla prima possibilità riprendevano la lotta.Ho vissuto ad al Quseir, in Siria, un assedio di due mesi come quello di Azovstal, anche se nessuno vi ha dedicato una pagina di epopea. C'è un momento, anche per gli uomini dell'acciaieria, in cui ci si sente davvero soli per la prima volta, solo loro in tutta la città diroccata. E' là solo per loro. Quando il silenzio interrotto solo dal fragore delle bombe è sembrato più opprimente e planetario e hanno sentito l'irresistibile tentazione di precipitarsi fuori dai cunicoli, nelle strade tra i capannoni e le ciminiere decapitate e di fare segni con una bandiera o uno straccio come naufraghi in una scialuppa in cerca di aiuto.Oppure quando con il passare delle settimane e la certezza che non era più possibile sognare una spedizione di soccorso hanno cominciato a desiderare che l'artiglieria e gli aerei nemici scaricassero sul loro rifugio, in una sola volta, tutto il loro immenso carico di bombe , anche quelle ad alta capacità perforante che trafiggono i bunker, e l'avrebbero sentita, quella apocalisse, come una resurrezione e la loro prigionia si sarebbe lacerata come una nebbia, e l'acciaieria rintronerebbe di rumori enormi , gli antichi rumori di fucina come un tempo quando era operosa . Ma poi il bombardamento tace e ci si sente di nuovo soli, con la propria solitudine.I difensori di Azovstal nel loro messaggio finale prima della resa hanno spiegato di ''obbedire agli ordini'' e che la lunga resistenza, anche se un atto militarmente senza speranza, è servita a tenere impegnati migliaia di russi e consentire ai loro compagni di difendere il nodo centrale di Zaporija scongiurando l'accerchiamento. Hanno provato giorno dopo giorno cosa vuol dire soffocare un poco di più, in questa città morta, non morta ancora del tutto, ma già popolata di fantasmi che aspettava la catastrofe finale agghindata di sole come una vittima propiziatrice. Ci erano entrati con il fucile in mano nella subdola dolcezza degli ultimi giorni di inverno. E la catastrofe che non sta più lì sopra le loro teste con morte su tutti i muri, un polverio bianco di ossario. Tutto pietrificato in un'attesa cupa, disperata. Ora sono vivi e prigionieri dei russi, forse ci sarà uno scambio, clausole dell'accordo tra Mosca e Kiev sono segrete.Fanatici nazistoidi e fanti di marina, alla fine la guerra li ha tutti livellati nella sua grigia angoscia. Non sono già più lì, non sono più da nessuna parte. Sono diventati solo una grande pazienza scura, la pazienza della guerra, che assomiglia alla pazienza dei poveri e dei malati. --© RIPRODUZIONE RISERVATA