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La volontà di negoziare è sufficiente per costruire la pace? Sembrava quasi domandarselo, il presidente ucraino Zelensky, quando in collegamento con gli studenti francesi di Sciences Po ieri ha detto: «Siamo pronti a condurre questi negoziati, purché non sia troppo tardi». Ogni giorno che passa, infatti, proseguono le morti e i massacri sul campo, e non c'è niente da fare, a queste condizioni parlare è impossibile. E, però, è proprio dal dialogo che bisogna ripartire, e al momento sono due le cose fondamentali da capire: su quali basi un negoziato possa riprendere e chi si possa fare garante di una mediazione. Da ieri, mettendo insieme i pezzi delle dichiarazioni che sono arrivate dalle maggiori capitali del mondo, è possibile tentare una risposta. La prima essenziale base di ripartenza è il raggiungimento del cessate il fuoco, e l'interlocutore che in questa fase sembra maggiormente accreditato non è più la Turchia di Erdogan, ma l'Unione Europea. La centralità dell'Europa è stata ribadita con forza dal presidente francese Macron, che nei giorni scorsi è tornato sull'importanza di dialogare con entrambe le parti e che ieri ha ottenuto due importanti riconoscimenti alla sua linea. Il primo dal segretario generale delle Nazioni Unite, quell'Antonio Guterres che ha sperimentato tutta l'asprezza del colloquio con Vladimir Putin e che durante la sua visita a Kiev è stato accolto dai missili russi: «È necessario affrontare chi causa il problema o che può risolverlo - ha detto - quindi ha senso parlare con il leader della Federazione Russa e con qualsiasi altro attore rilevante», come ha appunto fatto Macron, incurante delle critiche che gli sono venute in particolare dai leader dell'Europa orientale. Il secondo riconoscimento, strategicamente più rilevante, è quello arrivato ieri dal presidente cinese Xi Jinping che, dopo un colloquio telefonico con Macron e Scholz, ha diffuso una nota ufficiale in cui, oltre a sottolineare l'importanza di «sostenere la Russia e l'Ucraina per ripristinare la pace attraverso i negoziati, per evitare che il conflitto si intensifichi e si espanda», ha sollecitato «un'autonoma strategia dell'Unione Europea» e una sicurezza dell'Ue «che sia in mano agli europei». Persino le disarticolate affermazioni del ministro degli esteri russo Lavrov, scremate dalla consueta propaganda anti-occidentale, lasciano intravedere uno spazio d'azione per l'Europa: «La Russia non vuole una guerra in Europa - ha detto ieri durante una visita all'estero - mentre l'Occidente sostiene che la Russia debba essere sconfitta». Posto, dunque, che gli eventi concorrano nei prossimi giorni a profilare l'Unione Europea come un mediatore possibile - non è un caso che ieri Macron sia tornato all'attacco con Orban e gli altri, per convincerli a facilitare l'approvazione del sesto pacchetto di sanzioni - come impostare il negoziato? Su questo la diplomazia europea - in particolare quella attiva tra Kiev, in coordinamento con le diverse capitali - si sta concentrando per immaginare una «road map» che abbia il cessate il fuoco come priorità assoluta. Una delle condizioni per poterlo raggiungere è allontanare, in questa fase, qualsiasi fattore che lo rallenti, come le dichiarazioni sulle forniture belliche o, ancora di più, quelle sui confini postbellici. Attenzione, non per smettere di rifornire gli ucraini o per accettare le condizioni di Mosca, ma nella convinzione che in presenza di un cessate il fuoco e di una progressiva ripresa della quotidianità sia impossibile tornare a farsi la guerra. Solamente allora, con molta pazienza, si potrà tentare l'implementazione degli altri punti della bozza di Istanbul, lasciando la questione dei confini come ultimo scoglio, quando non sarà più sufficiente, da sola, a invertire il percorso intrapreso.Il fatto che ieri il portavoce del Cremlino Peskov sia tornato a ipotizzare un referendum nella regione di Kherson - al di là della praticabilità della proposta, che almeno al momento appare del tutto fuori dal mondo - significa anche visualizzare uno scenario in cui non piovono più bombe. Ed è questo a cui bisogna attaccarsi, «purché non sia troppo tardi», come ha detto Zelensky. --© RIPRODUZIONE RISERVATA