Senza Titolo
m. grazia piccalugaTre case, tre luoghi del cuore nei quali oggi, dopo 81 anni vissuti intensamente, Marta Ghezzi culla con delicatezza i ricordi. Tre case è anche il titolo del cortometraggio di 30 minuti realizzato da Anna Recalde Miranda, giovane regista pavese-paraguayana, da un'idea della stessa Ghezzi che ne è la voce narrante.Sarà proiettato martedì 26, alle 18.30, al collegio universitario Santa Caterina, in via San Martino a Pavia. Un luogo scelto non a caso: Marta Ghezzi due anni fa ha istituito una borsa di studio per studentesse straniere provenienti da famiglie o Paesi disagiati «che vengono in Italia per istruirsi e combattere la loro battaglia a favore di altre giovani meno fortunate» spiega lei stessa. Vitto, alloggio e tasse universitarie: tutto a suo carico. L'impegno sociale (e politico) è sempre stato, del resto, una cifra della sua vita e del lavoro (per 40 anni ai Servizi Sociali del Comune di Pavia). Questo documentario però entra nelle pieghe più intime, raccontando attraverso le case in cui Marta Ghezzi ha vissuto, e che ancora le appartengono, le sue tante vite: quella dell'adolescenza a Marchirolo, nel Varesotto, quella che da oltre mezzo secolo abita a Pavia, e il rifugio nell'entroterra ligure, "paradiso terrestre di profumi e colori" condiviso con il marito Tullio negli ultimi anni più difficili della sua malattia. Una troupe al femminile«Io sono la voce narrante, compaio brevemente - racconta Marca Ghezzi che proprio martedì festeggerà anche il compleanno -. La sceneggiatura è stata realizzata da Paola Dafarra, mia amica di lunga data, che ha coinvolto in quest'avventura sua figlia Anna, regista di talento che da anni vive in Francia». «Questo lavoro, che definirei un film poetico, è una specie di testamento poetico per immagini, nato sulla scia del libro Il tempo dei draghi di Marta ma con un altro linguaggio e un'altra finalità - spiega Anna Recalde Miranda al telefono da Marsiglia dove sta lavorando a un nuovo progetto -. Abbiamo formato una piccola troupe femminile e transgenerazionale, visitando i tre luoghi descritti ed è stato molto bello, intenso e anche divertente». La prima porta che si apre è quella della casa di Pavia, acquistata dalla madre panettiera quando le case del centro non si vendevano ancora a peso d'oro. E' il suo nido, trasuda della sua personalità. Ed è in questa casa che Marta Ghezzi ha maturato l'idea delle borse di studio per giovani straniere. «Dapprima le ospitavo in casa - ricorda - Poi ho pensato che sarebbero si sarebbero integrate meglio in collegio». Quella porta - che si spalanca su pareti tappezzate di quadri («ne ho tanti perché un pittore di Marchirolo pagava così il pane a mia mamma, con il baratto»), maschere in legno dal mondo e scaffali di libri - è sempre aperta per Khula, studentessa della Mongolia, per Yanet, eritrea, e per la nepalese Arpana. Il "corto" si chiude alle spalle la porta azzurra del giardino di Vallecrosia alta, dove il giardiniere Carlo cura il giardino che Marta e Tullio aveva creato per le loro pause dalla città: un rifugio che negli anni ha ospitato tanti amici in trasferta «soprattutto dopo i primi segnali di Alzheimer di mio marito» ricorda Marta. E dove Stella, arrivata cucciola 17 anni fa, ancora li aspetta, con i peli ormai bianchi. -- © RIPRODUZIONE RISERVATA