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il casoNiccolò ZancanLo Stato italiano è colpevole. Colpevole di trascuratezza, di dimenticanza, di sottovalutazione. Lo Stato italiano non ha saputo difendere una donna perseguitata per anni dal suo compagno, tantomeno ha saputo mettere al riparo il figlio ucciso a coltellate. È scritto nel paragrafo 89 della sentenza numero 10129/19 firmata dalla Corte Europea per i diritti dell'uomo, che così si è espressa sul ricorso presentato della signora Annalisa Landi. «Pur essendo stati informati dai carabinieri delle violenze commesse, i pm hanno dimostrato di non avere compreso la specificità di quella violenza domestica, anche se tutti gli indizi erano presenti: l'escalation, le minacce, gli attacchi ripetuti. Le autorità non hanno messo in atto misure di protezione, i rischi non sono stati adeguatamente valutati o presi in considerazione». Lo Stato italiano è colpevole di aver violato il diritto alla vita, articolo 2 della Convenzione. Che si sappia, finalmente. Era tutto chiaro: la signora Annalisa Landi e il figlio Michele, un anno appena compiuto, sono andati incontro a quell'ennesima violenza nell'indifferenza di quasi tutti quelli che potevano metterli al riparo. Borgo San Lorenzo, sulle colline di Firenze. Lì vivevano insieme Annalisa Landi e Niccolò Patriarchi, con i figli Virginia e Michele. Una vita infernale. Quando la relazione era incominciata nel 2010, lei ancora non sapeva delle sofferenze psichiche di lui. Anche se gli era già stato diagnostico un disturbo bipolare: sbalzi d'umore, irritabilità, attacco d'ira, urla, violenza. Era già stato colpito dal divieto di avvicinarsi alla casa della sua ex compagna. Era seguito da diversi dottori. Fino a quando nel 2018 il suo medico curante era andato in pensione, e la Asl non aveva trovato un sostituito e così era rimasto senza terapie. A casa era una guerra continua. Novembre 2015: l'ennesima lite finisce nella caserma del carabinieri di Scarperia. Le frasi di Niccolò Patriarchi alla signora Landi erano di questo tenore: «Ti ammazzo!». «Sei una puttana». «Hai visto quella là seduta in sedia a rotelle? Ti faccio fare la stessa fine». Persino davanti a un maresciallo dei carabinieri, nella caserma dove lei si era appena rifugiata, lui non si tratteneva: «Ti sfregio con l'acido! Non puoi scappare. Ti troverò sempre». I carabinieri segnalano il caso in procura. Viene aperto un procedimento penale per stalking. È il 2016, ma non succede niente. Nessuna indagine, mentre le violenze continuano. Settembre 2017: altre urla di notte, altre angherie, minacce, parole terrificanti. Lei chiama i carabinieri, sporge denuncia. Altro procedimento inviato alla procura: respinto. Dicembre 2017: un'aggressione, un altro verbale firmato dai carabinieri, in cui lui rifiuta di farsi identificare. Febbraio 2018: la signora Landi chiama i carabinieri in lacrime. Quando i militari arrivano, lei ha il viso insanguinato. Spiega che la lite è incominciata perché aveva difficoltà a fare un parcheggio. Lui con una testata le ha spaccato il naso. Patriarchi urlava anche quella volta: «Vuoi segnalarmi? Non è niente, è solo un po' di sangue!». Quando gli dice di farsi curare, lui sbatte la testa contro il muro, si ferisce e la accusa. Una volta cerca di rubare l'arma a un carabiniere. Messaggi telefonici: «Sei una persona inutile». «Non vali niente». «Ti uccido». «Uccido i tuoi figli». I medici scoprono altri abusi e altri maltrattamenti. Arriva un'altra segnalazione in procura. Ma non vien presa nessuna precauzione. Peggio: su raccomandazione di uno psichiatra che ha in cura Patriarchi, ad aprile del 2018 lui torna a vivere a casa «per facilitare la terapia». È così si arriva al giorno dell'omicidio. È il 14 settembre 2018. Sono tutti a casa insieme. È l'ora di cena quando lei riceve una telefonata dal suo datore di lavoro. Fa la cameriera in un locale della zona, tiene il figlio in braccio e discute dei turni. Lui si innervosisce perché il bambino gli tocca l'orologio. Lei si allontana e lui pensa che stia per chiamare i carabinieri. Afferra un coltello giallo in cucina, colpisce il cane tre volte che ha capito e per questo si è messo ad abbaiare, cerca di buttare la figlia dal balcone tirandola per una gamba ma lei riesce a divincolarsi. Punta verso la donna che tiene in braccio il figlio: la colpisce al braccio fino a quando lei, che sta perdendo moltissimo sangue, è costretta a mollare la presa. È in quel momento che l'uomo pugnala il figlio Michele alla schiena fino a ucciderlo. A giugno del 2020 Niccolò Patriarchi è stato condannato in via definitiva a 20 anni di carcere. Pochi giorni fa ha chiesto la grazia, ma gli è stata negata. La signora Annalisa Landi non ha mai rilasciato interviste, non ha ricevuto risarcimenti, non ha mai smesso di lottare. Attraverso l'avvocato Massimiliano Annetta ha presentato ricorso alla Corte Europea per i dritti dell'uomo. E finalmente, ieri, quello che lei aveva sempre saputo le è stato riconosciuto. «È una sentenza per certi versi dirompente, che impone allo Stato italiano un rafforzamento delle misure di protezione delle vittime di reati violenti», dice l'avvocato Annetta. Lo Stato doveva mettere al riparo la signora Annalisa Landi e i suoi figli. --© RIPRODUZIONE RISERVATA