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inviato a kharkiv«C'è un paziente, una storia che l'ha colpita in maniera particolarmente forte, un episodio che non riesce a levarsi dalla testa?». Il primario ha lo sguardo è fisso nel vuoto, poi con la mano apre il cassetto della scrivania, tira fuori alcuni fazzoletti e due buste di plastica. Al loro interno sono conservate schegge di dimensioni diverse, di cannone, di mortaio, di missile. «Curiamo decine di pazienti ogni giorno e questo è quello che leviamo loro dal corpo, a volte non basta a salvarli, a volte muoiono sotto i nostri occhi, e una parte di noi muore assieme a loro». Kirill Parkhomenko è il direttore sanitario del Kharkiv Regional Hospital, il principale ospedale della seconda città ucraina, una delle più massacrate, obiettivo privilegiato della macchina da guerra di Vladimir Putin, e terra di riconquista della resistenza nazionale. Con un tributo pesantissimo in termini di morti e feriti, molti dei quali sono passati e passano per l'ospedale guidato da Parkhomenko. «Io stesso intervengo con le mie mani per levare questa roba dai corpi dei nostri pazienti, e ogni volta non riesco a farmene una ragione», dice il primario chirurgo. Sul suo volto si leggono rabbia e sofferenza, anche perché in cuor suo è conscio che le cose, presto, potrebbero andare peggio. Se Mosca dovesse realmente mollare la presa su Kiev, come pattuito durante le trattative in Turchia, le truppe verrebbero riposizionate sui fronti orientale e meridionale, e Kharkiv potrebbe diventare la nuova Stalingrado. «Non potevamo immaginare che i russi si accanissero così tanto sulla nostra città, qui c'è un'importante comunità russofona, ci sono legami culturali e storici, e una tradizione di convivenza serena. Vladimir Putin invece la vuole radere al suolo pur di farne un suo possedimento, questa gente non ha misericordia per i civili, si comportano come barbari». E così, dal 24 febbraio, l'ospedale regionale è diventato una trincea, dove però le vite si salvano, non si annientano. Il primario prende la sacca arancio del primo soccorso, «abbiamo avuto feriti anche tra i nostri dottori e infermieri, alcuni sono morti». Ognuno ha il proprio kit, se succede qualcosa si curano da soli. «Ogni intervento che facciamo, è una storia a sé, la storia di una vita che tentiamo di mantenere tale - prosegue Parkhomenko -, è una storia che ci entra nel cuore, come queste schegge entrano nelle membra». È, ad esempio, la storia di Alexander, 67 anni autista diventato volontario: «Portavo viveri ai bisognosi e ai soldati, un giorno sono uscito di casa e sono iniziati i bombardamenti, alcuni vicini mi hanno urlato dicendo di mettersi al riparo, mi sono ritrovato un pezzo di gamba tra le mani, ho chiesto di tagliarmela per salvarmi la vita». Alexander non sembra abbattuto: «Il vero dolore l'ho provato quando mia moglie è morta prima della guerra, allora mi sono sentito solo, ora mi stringo al mio popolo». Davanti a lui c'è un altro paziente di nome Alexander, è vittima di una «cluster bomb», le bombe a grappolo bandite dalle convenzioni internazionali. Ha una ferita sotto l'inguine e sulla gamba, la loquacità non gli appartiene. Cosa pensa della guerra? «Che finisca presto». Il racconto di Igor, invece, è impietoso: «Stavamo correndo per la strada e ci siamo trovati davanti i soldati russi, così all'improvviso, non hanno esitato e hanno sparato, forse pensavano che fossimo sabotatori o forse hanno semplicemente avuto l'ordine di sparare ai civili». Ai muri delle corsie dell'ospedale di Kharkiv sono appoggiati alcuni materassini: «Sono i nostri letti, oramai siamo qui giorno e notte, dormiamo poche ore», dice Artem, giovane medico di prima linea che ci guida nel girone dantesco dei sospesi. «All'inizio andavano nei bunker, ora non più, non vogliamo lasciare soli i nostri pazienti, abbiamo il dovere di difenderli». Il percorso dall'accettazione alla rianimazione è un macabro pellegrinaggio, la barella ha tracce di sangue vivo. Artem saluta un paziente particolarmente vivace, si chiama Jenia. «Ero con mio figlio a casa, ho sentito un boato pazzesco e mi sono ritrovato a terra con ferite allo stomaco, ai reni al fegato». Perché ritiene che i russi l'abbiano colpito? «Per i russi siamo obiettivi», dice, poi fa un sorriso: «Mio figlio però sta bene». Accanto a lui si sente ansimare, è un paziente intubato, gli occhi semichiusi: «Una pallottola gli ha centrato la mandibola», dice il dottore. Fa segno di saluto con la mano, usa tutte le forze per dire che i soldati di Mosca «sparavano ovunque». Poi si lascia andare, le energie sono gocce distillate. Davanti a lui c'è Andriy, è ferito al petto e al braccio stava tornando in bicicletta dalla bottega dove fa il falegname, aveva con sé il martello che usa sempre, un colpo di mortaio è esploso non lontano, l'onda d'urto lo ha travolto, una scheggia si è andata a conficcare proprio nella parte di metallo del martello: poteva essere quella fatale». «Ognuno di loro è una persona che non possiamo dimenticare così come non possiamo perdonare a Vladimir Putin di aver causato tutto questo - interviene con voce decisa il primario Parkhomenko -. Ma non solo a lui, anche di tutti quei russi che lo hanno votato e lo sostengono sulla pelle degli ucraini». A congedarci dalla trincea dell'ospedale di Kharkiv, è il volto conciliante di un anziano signore di nome Pavel, ha una ferita al petto, da cui esce un tubicino per svuotare il polmone. È stata una bomba vicino casa sua, «una pioggia di vetri mi è venuta addosso, non ricordo nulla, mi sono ripreso poco dopo, ferito e confuso». Cosa pensa della guerra? «L'ha iniziata uno stupido». --© RIPRODUZIONE RISERVATA