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Il reportageFrancesca MannocchiINVIATA A ZAPORIZHZHIAPadre Vlodimir è un uomo corpulento, sembra avere modi bruschi e sbrigativi mentre scende le scale della chiesa di San Nicolas a Zaporizhzhia, cinquanta chilometri a Sud di Dnipro. Invece percorso l'ultimo scalino, si inginocchia e piange. Le panche sono vuote, la chiesa deserta. Non per molto, se oggi sarà come ieri. Dice Padre Vlodimir, che della sua chiesa ha fatto da rifugio per scappare dalle bombe dei russi. Per arrivare all'altare, dall'ingresso principale dell'edificio, bisogna scendere un piano di scale, le cupole dorate dell'esterno contrastano con l'opacità dell'ambiente: le finestre sono piccole e in cima alle pareti, i muri solidi, compatti, resistenti. Per questo, da tre giorni, la sua chiesa ospita gli spaventati in fuga dalle case intorno: una chiesa che si fa bunker e va ad aggiungersi al rifugio dell'ospedale civile, a quello della chiesa elementare, e quello dei caseggiati, tutti uguali, centinaia di metri di case grigie. Sembrano disabitate, invece ci vive la paura delle donne e dei bambini, i pochi rimasti qui, perché gli uomini sono tutti al fronte a combattere. L'ultimo giovane uomo, Padre Vlodimir lo ha visto ieri pomeriggio. Era la terza volta che la sirena suonava in poche ore, quando una giovane coppia ha bussato alla sua porta. Lui aveva in mano un fucile e in tasca una pistola, lei stringeva in mano due anelli. «Sposaci», gli hanno chiesto. E lui l'ha fatto, mentre intorno ancora continuavano a suonare gli allarmi di attacchi aerei, e le donne, soprattutto le anziane, si affollavano in chiesa, e si inginocchiavano a pregare. Del pomeriggio di ieri, a Padre Vlodimir restano gli occhi della giovane che torna a casa novella sposa, con il timore di essere destinata alla vedovanza troppo presto, e alla città, a Zaporizhzhia e ai suoi sobborghi restano le macerie di un elicottero russo abbattuto dall'esercito ucraino. La guerra si avvicina a Dnipro e Dnipro si attrezza. Lungo le strade che conducono alla città i soldati scavano trincee, rimuovono i cartelli con le indicazioni stradali, spostano blocchi di cemento ad alternare i sensi di marcia, ammassano sacchi di sabbia e fissano check point, che creano code lunghissime perché chiunque entri nella terza città del Paese, un milione e mezzo di abitanti, viene perquisito, così ogni bagaglio che trasporta. Troppa la paura che gli infiltrati russi si nascondano nei veicoli di civili. In giornata la tensione è aumentata all'aumentare delle notizie, non verificabili. I russi sono a Sud, a ottanta chilometri. No sono più vicini, solo a trentacinque chilometri. A Dnipro sono nervosi perché i russi sanno che la città è strategica, tappa obbligata per raggiungere la capitale Kiev, se i russi prendono il Donbass per intero, e da Sud se conquistano Mariupol. A Dnipro ci sono basi militari, e i russi lo sanno. A Dnipro si costruiscono pezzi di artiglieria e i russi sanno anche questo. A metà mattina una squadra di soldati ucraini esce da una base, circonda le strade del centro, blocca gli uomini non più giovani a terra, a pancia in giù, e li perquisisce. È il rumoreggiare delle voci della notte che serpeggia, «ci sono sabotatori, sono già qui, sono ovunque». Gli uomini reagiscono mettendosi in coda per iscriversi alle liste di reclutamento, per avere una delle migliaia di armi che Zelensky ha chiesto di distribuire ai civili, le donne invece sono a gestire i rifugi, che si moltiplicano. Un tempo sede di European Solidarity, il partito di Poroshenko, un intero edificio in centro città, da tre giorni dà rifugio agli sfollati delle aree confinanti. Monica ha trent'anni, è un'infermiera e gestisce le liste di chi arriva in fuga dalle bombe, divide i materassi e le stanze, fa la lista di quello che già c'è e di quello che serve. È rigorosa e sa che l'aiuto, anche nei momenti di maggiore tensione, ha tanti volti e che il cibo e le coperte non bastano, bisogna portare anche i giochi, i libri e i colori per i bambini. Come Peter, che ha quattro anni, le bombe l'hanno svegliato tre giorni fa a Kharkiv, sua madre Elona ha preparato uno zaino con due felpe e un pigiama ed è corsa a Dnipro. Il padre di Peter, invece, ha preso il fucile e la via del fronte. Fino a ieri, nelle stanze umide del comitato c'erano 80 persone. Ieri erano centinaia, ad aiutare e essere aiutati. Così tanti sfollati insieme che i volontari hanno bussato casa per casa per trovare una sistemazione sicura per tutti. Nell'ufficio adiacente alla sede del comitato Maxym Quriachi, 37 anni, gestisce la distribuzione degli sfollati nei rifugi antiaerei: «Siamo qui per salvare le nostre mogli e i nostri figli dalla follia di un invasore che vuole riscrivere la storia dell'Europa. In pochi giorni ha lanciato missili contro i civili, costretto alla fuga migliaia di persone, ammassate senza dignità ai confini di casa loro». Accende lo schermo della televisione nel suo ufficio, non chiede nemmeno di guardare, alza il mento per indicare i video che mostrano madri impotenti, figli spaventati bloccati in macchina per venti ore, con poco cibo e poca acqua. Lascia scorrere le immagini in silenzio. Poi spegne la televisione e dice: «stanno per chiedere aiuto e asilo ai vostri Paesi». Sulle parole «ai vostri Paesi» Maxym interrompe la foga, modula la rabbia. Poi riceve una telefonata: «Da quanto tempo non rispondono? », chiede al suo interlocutore. Due ore. Troppo. Arrivo. Una squadra di soldati a Sud di Dnipro non risponde alle chiamate. Sulla sua scrivania c'è una pistola. «Non avremo pietà per nessun invasore, non ne risparmieremo nessuno», dice. Poi si allontana, di fretta, portato via dalla preoccupazione per i suoi uomini, dall'ennesimo allarme che dà i russi alle porte della città «e attenti a pensare che questa guerra non rischi di entrare a casa vostra. Non vi basterà ammassare le truppe in Polonia e Romania, la guerra è già uscita dai nostri confini, perché colpendo noi, Putin, vuole raggiungere il cuore d'Europa, cioè voi». --© RIPRODUZIONE RISERVATA