L'esperimento Bielorussia così Putin vuole annettersi i vicini
Mentre gli occhi di tutto il mondo sono puntati sull'Ucraina, a rischio di invasione da parte della Russia, un'altra annessione strisciante è in corso in un'altra repubblica ex sovietica, in quella Bielorussia che fino a pochi mesi fa vantava il titolo dell'«ultima dittatura d'Europa». Mentre a Minsk e nelle altre città bielorusse aprono i seggi per il «voto anticipato» di quel referendum costituzionale che Aleksandr Lukashenko ha voluto per cercare di uscire dalla crisi di leggittimità, almeno 30mila soldati russi scorazzano per il Paese, in quella che gli esperti militari definiscono «la più grande concentrazione di truppe russe in un territorio estero» dai tempi della prima guerra fredda. Sono arrivate per delle manovre congiunte, e Vladimir Putin aveva anche promesso ai colleghi occidentali che se ne sarebbero andate subito dopo la conclusione delle esercitazioni, ma poi ha deciso che dovevano restare a tempo indeterminato, per «fronteggiare eventuali pericoli provenienti dal territorio ucraino», dice il ministro della Difesa di Minsk, Viktor Khrenin. Lukashenko diceva da anni di essere «l'unico amico di Putin», ma ora è arrivato il momento di dimostrarlo. Il dittatore belarusso è sempre stato molto attento a non concedere ai fratelli russi il proprio territorio per delle basi militari, e anzi dal 2014, quando l'annessione della Crimea e l'invasione del Donbass ucraino hanno messo tutti i leader delle repubbliche ex sovietiche in allarme rispetto all'espansionismo russo, ha anche iniziato a rinforzare l'esercito nazionale sul confine a Est. Ma la protesta in piazza, scoppiata dopo il voto pesantemente falsificato del 9 agosto 2020, ha costretto l'eterno presidente bielorusso - eletto per la prima volta nel 1994, e non più riconosciuto dall'Europa come capo di Stato legittimo - a impiegare tutte le sue scarse risorse per domare quella che stava diventando una rivoluzione. Dopo due anni di arresti, torture, condanne e censure, il regime di Lukashenko si regge fondamentalmente sulla paura e sulla repressione. E sul sostegno russo. Vladimir Putin non ha mai amato il collega di Minsk, che da più di vent'anni lusinga Mosca con promesse di integrazione e prospettive di una «unione» che però per ora resta fondamentalmente sulla carta. Lukashenko è costato anni di negoziati, e miliardi in gas, armi, aiuti, ma è sempre sgusciato via dall'abbraccio russo. È riuscito a rendersi insopportabile quanto indispensabile, anche perché ha sempre saputo quali erano le corde putiniane più sensibili, come si è visto nella crisi dei migranti dell'autunno scorso, quando ha lanciato profughi curdi contro il filo spinato della frontiera polacca per provocare una strage di cui incolpare un Paese Nato (mentre cercava di estorcere ad Angela Merkel fondi per bloccarli). È diventato davvero l'unico alleato di Putin, che nel mezzo della crisi ucraina l'ha invitato a Mosca ad assistere nel suo centro di comando al lancio dei missili strategici russi, un'esercitazione che nell'iconografia televisiva del regime è apparsa quasi cogestita dai due presidenti. Un privilegio che però ha un suo prezzo, e il referendum iniziato in questi giorni - e il cui esito appare scontato, conoscendo il funzionamento della macchina di Lukashenko - propone di eliminare dalla Costituzione lo status neutrale della Bielorussia, aprendo alla collocazione sul suo territorio di armi nucleari. Non è difficile immaginare di quale Paese, ma il "padre" dei bielorussi ha precisato di essere pronto a ospitare «le superarmi atomiche» russe. Non è chiaro quanto il Paese più colpito da Chernobyl - la centrale si trova a sud, in Ucraina, ma la nube radioattiva nel 1986 è andata verso nord - condivida l'entusiasmo atomico del suo leader, ma appare evidente che la sua collocazione - l'Ucraina a sud, la Polonia a ovest, e la Lituania e la Lettonia a nord - la rende strategica nei piani del Cremlino di contrastare la Nato e l'Europa. Lukashenko ha cercato di rimanere in buoni rapporti con tutti i vicini, fino a un certo punto, ma più vacillava sotto la spinta delle proteste, e più dissidenti in fuga dai suoi manganelli trovavano rifugio a Vilnius, Varsavia e Kiev, più si è voltato verso Mosca. Che gli ha imposto il referendum costituzionale per avviare una transizione di potere. Il dittatore cederebbe parte dei suoi poteri a una sorta di superparlamento, l'Assemblea Bielorussa, e accetterebbe il limite di due mandati presidenziali (eliminato da lui stesso nel 2004). In cambio, otterrebbe un'immunità a vita, e la possibilità di ricandidarsi fino al 2035 (Putin "scade" nel 2036). Al Cremlino molti vorrebbero spostarlo nel nuovo organismo pseudoparlamentare, ma Lukashenko ha appena visto nel Kazakhstan che la coabitazione tra un dittatore in pensione e un delfino finisce in un parricidio politico, e punta ovviamente a ricandidarsi. Interrogato dai giornalisti a Mosca sulle sue intenzioni, ha indicato Putin: «Ne parleremo con il fratello maggiore, deciderà lui». Frase censurata dalla TV di Stato di Minsk. Il presidente russo invece non è apparso minimamente imbarazzato dalla piaggeria. In effetti, ormai decide lui. --© RIPRODUZIONE RISERVATA