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il reportageStefano ManciniINVIATO A PECHINOIn Italia ci emozioniamo quando arriva una medaglia, mentre la Norvegia se ne mette al collo in media due al giorno. Il nostro obiettivo era quota 10 podi e siamo arrivati a 16, loro aspiravano a 32 e sono a 34 due giorni prima della cerimonia di chiusura. Hanno anche battuto il record assoluto di ori nei Giochi olimpici invernali: 15, contro i 2 degli azzurri. Clima e geografia spiegano qualcosa, ma non tutto, altrimenti Svezia, Austria e Svizzera avrebbero risultati simili. Il «Norway Team» è un laboratorio che cambia le regole dell'organizzazione sociale prima che della preparazione tecnica. Gioco, divertimento, solidarietà, uguaglianza, amicizia sono parole chiave: se tutti praticano sport fin da bambini e sono felici, la base da cui pescare i futuri campioni diventa enorme anche in un Paese di neanche sei milioni di abitanti. «Ne vuole parlare? Ho snowboard al mattino, pattinaggio di velocità dalle 15 e curling alle 20, scelga dove preferisce». Tore Ovrebo, 56 anni, è il capo missione di Pechino 2022. Era canottiere ai tempi degli Abbagnale e delle telecronache di Galeazzi, ora conta le medaglie negli sport invernali. Uno dei primi tabù a cadere in Norvegia è stata la differenziazione per genere: molti sport hanno un unico direttore tecnico e un solo allenatore per uomini e donne. Atleti e atlete si allenano insieme. L'ultimo sport unificato è stato il salto dal trampolino: non perché ci fosse stata qualche resistenza interna, semplicemente perché è stato aperto più tardi alle donne. «Vela, canottaggio, lotta, sci alpino, salto con gli sci... tanti team hanno abolito le differenze di genere e formato una squadra unisex - spiega Obredo -. A noi sembra molto naturale, ma malgrado ciò prendiamo più medaglie con gli uomini rispetto alle donne. Non credo che dipenda dal sistema: sembra che le teenager siano meno attratte dagli sport invernali. Lavoriamo per accrescere la loro motivazione». Era naturale e l'hanno fatto. Non stupisce che l'idea sia partita da uno degli Stati che ha raggiunto la parità di genere. Ciò che rende importante la svolta, è il fatto che non suona come una forma di solidarietà. È una strategia per il successo olimpico. Il secondo caposaldo del «metodo» è la partecipazione: i bambini praticano lo sci come alle nostre latitudini prendono a calci il pallone, ma il loro entusiasmo viene coltivato. I genitori gestiscono gli sci club, i bimbi giocano con la neve. L'agonismo tra i piccoli è vietato: fino ai 12 anni non ci sono premi né graduatorie. Dai 13 in su, gli allenatori pescano i più dotati da una base immensa. «Nella élite il livello di preparazione è molto professionale, gli atleti lavorano duro e ogni dettaglio è curato nei minimi dettagli. Come facciamo a vincere tanto? Non siamo i più forti in tutti gli sport: siamo forti in alcuni sport che ci danno tante opportunità di vincere medaglie. Sci di fondo e biathlon, per esempio, danno molte opportunità». Per l'esattezza sono venti podi. Per fare un confronto, la Germania che è seconda nel medagliere a quota 22, investe negli sport tecnologici, a partire dal bob. Sviluppa materiali da Formula 1, studia l'aerodinamica, lavora in laboratorio. E vince: 7 dei suoi 8 ori derivano da bob, skeleton e slittino. Ma a che prezzo? In Norvegia lo Stato investe poco: i campioni hanno i propri sponsor, mentre a livello più basso i finanziamenti arrivano dalle lotterie. A tutti è garantito un minimo. Una forma di socialismo? «Non mi sembra - puntualizza il capo delegazione norvegese -. Al contrario, un sistema che premia i migliori con gli sponsor è marcatamente capitalista. C'è più socialismo dove gli atleti entrano nell'esercito o nei corpi di polizia e di fatto vengono stipendiati dallo Stato. Ma è giusto che ogni Paese trovi la propria formula». --© RIPRODUZIONE RISERVATA