Vella: «Dobbiamo stare pronti alle possibili varianti autunnali»
L'intervistaFrancesco Rigatelli«Stiamo in campana. Con Omicron ci sta andando bene, ma ci sono ancora milioni di contagiati e migliaia di morti ogni settimana». Per Stefano Vella, docente di Salute globale all'Università Cattolica di Roma, ex presidente dell'Agenzia Italiana del Farmaco e direttore del centro di Salute globale dell'Istituto Superiore di Sanità, «la situazione è in miglioramento e fino a ottobre non dovrebbero esserci sorprese, ma poi bisognerà farsi trovare pronti».Cosa teme esattamente?«Che si pensi ancora una volta che è finita, quando non è così. L'endemizzazione del virus significa semplicemente che si arriva a un punto di contagi costanti, ma anche la tubercolosi e la malaria sono endemiche e fanno centinaia di migliaia di morti all'anno. E poi non c'è motivo di pensare che Omicron sia l'ultima variante».Come sarà la prossima?«Difficile che sia più contagiosa, dunque potrebbe essere un ritorno a Delta come patogenicità. I virus ci mettono anni a diventare più buoni e mutano in maniera casuale».Addirittura una fortuna?«Sì, anche se al suo minor impatto ha contribuito una popolazione vaccinata o guarita. Per questo l'ondata di Omicron sta calando più velocemente di quella di Delta».Si può tirare un sospiro di sollievo almeno per ora?«Sì, in particolare gli ospedali vanno verso una tranquillizzazione clinica, per cui si ritroverà posto per i pazienti non Covid, però obiettivamente il problema non è risolto e resta difficile fare previsioni».Come prepararsi a ottobre?«Mantenendo misure come le mascherine al chiuso e nei luoghi di assembramento. Bisognerebbe poi rafforzare e mettere in rete le strutture di analisi e di ricerca sulle nuove varianti. In questi giorni non sappiamo quanti morti siano dovuti a Delta e quanti a Omicron. Anche ridurre isolamenti e quarantene per praticità non è insensato, a patto che si attui una strategia di cure domiciliari con i nuovi farmaci antivirali da prendere subito dopo il contagio e occorre insistere sulla vaccinazione, che con i suoi limiti, resta la difesa principale».Quali sono i suoi limiti?«La protezione attuale, l'immunità di gregge data dai vaccini e dalle guarigioni, è destinata a svanire. Per ora ci salva la vita, ma domani chissà. L'immunità potrebbe calare o potrebbe arrivare una nuova variante. La grande esplosione di casi attuale non vuol dire che saremo protetti dall'evoluzione del virus, che ci sarà».Servirà una quarta dose?«L'esperimento israeliano è interessante pero, penso ai vaccini aggiornati o ai nuovi Novavax, Valneva e Sanofi-Gsk, che agirebbero non solo sulla proteina Spike con beneficio della memoria immunitaria». Come si spiega il 10% di No vax?«Non vaccinarsi è come non allacciare la cintura di sicurezza in auto: si corre un grosso rischio. Lo vediamo dai tanti decessi di questi giorni. Va ricordato però che il 90% degli italiani ha capito la situazione».La loro ghettizzazione non ne impedisce il recupero?«Bisogna farsi una domanda su come si poteva affrontare meglio la comunicazione. È stata di fatto delegata agli esperti, senza un coordinamento istituzionale. Ci è mancato un Anthony Fauci, che spiegasse per esempio che l'Rna è labile e non fa danni».Che fine hanno fatto le iniziative globali?«L'approccio delle donazioni è fallito. Ora sta prendendo piede quello degli hub di produzione nei Paesi più in difficoltà. È importante metterli in piedi prima della prossima variante o pandemia, perché può risuccedere tutto». --© RIPRODUZIONE RISERVATA