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Paolo Baroni / ROMAL'impatto dei cambiamenti climatici in Italia potrebbe produrre danni alle infrastrutture stimati in 2 miliardi all'anno fino al 2030, che poi salgono a 5. L'allarme arriva dallo studio «Cambiamenti climatici, infrastrutture e mobilità» presentato ieri da una commissione di esperti del Mims assieme al rapporto sui nuovi strumenti finanziari, pubblici e privati, da mettere in campo per la realizzazione di infrastrutture sostenibili e resilienti. «Il cambio di paradigma verso uno sviluppo sostenibile non è più rinviabile, così come un forte investimento per rendere resilienti al cambiamento climatico le infrastrutture e i sistemi di mobilità del nostro Paese» sostiene il ministro per le Infrastrutture e la mobilità sostenibili Enrico Giovannini, che suggerisce di modificare il Patto di stabilità europeo per tener conto di questa esigenza. «Oggi - sostiene il ministro - tutta l'attenzione dell'opinione pubblica è rivolta soprattutto alla questione della mitigazione, al passaggio all'auto elettrica e all'esigenza di produrre energia pulita, tutto sacrosanto. Questo nuovo rapporto, invece, accende un faro sull'adattamento alla crisi climatica, perché se anche da domani mattina noi avessimo tutti i sistemi di trasporto elettrici alimentati da energia rinnovabile non avremmo comunque risolto il problema delle infrastrutture vulnerabili a causa del clima». In concreto cosa si rischia? «Per le infrastrutture parliamo di 2 miliardi di danni all'anno sino al 2030 dovuti a eventi climatici estremi, che possono salire a 5 miliardi all'anno fino al 2050. È un dato molto preoccupante, pari a circa 12 volte il valore dei danni attuali. Per questo è importante che anche gli amministratori locali, le aziende di costruzione e i gestori di infrastrutture siano pienamente coscienti del problema e che quindi, sul piano qualitativo, facciano scelte diverse da quelle fatte nel passato. Altrimenti i costi di aggiustamento saranno molto più elevati: se col Pnrr noi non costruissimo infrastrutture sostenibili e resilienti poi ci dovremo sicuramente rimettere le mani». Poi ci sono i danni indiretti all'economia. «Certo, come la rottura delle catene produttive, come quelle che abbiamo visto a causa del Covid, e i danni alle imprese, alle persone e alle comunità. Ad esempio, un ponte chiuso che ferma il traffico stradale o ferroviario crea problemi di fornitura agli stabilimenti industriali e ai cittadini, come ha fatto il blocco informatico verificatosi di recente a Firenze che ha bloccato l'Alta velocità ferroviaria, tagliando in due l'Italia». Dove si prevedono danni maggiori? «Gli impatti economici della crisi climatica sono maggiori nelle regioni del Nord Italia, dove è più alta la concentrazione infrastrutturale rispetto al Mezzogiorno e dove sono collocate molte più attività economiche. L'altra dimensione riguarda le aree costiere e quelle interne. I porti sono particolarmente esposti, ma dal momento che in Italia sono spesso collocati all'interno delle città, pensiamo a Genova o Napoli, l'eventuale danno non sarebbe limitato al porto ma, a cascata, su tutta la città». Insomma, occorre investire di più e meglio. Ma il gioco vale la candela? «Il ritorno, rispetto al costo che si dovrebbe sostenere a valle del danno, è altamente positivo. Infatti, un euro investito per rendere le infrastrutture resilienti alla crisi climatica produce, nel 2050, benefici pari a quasi 5 euro». A proposito di risorse: a livello europeo si discute della revisione del patto di stabilità, crede che queste spese vadano tenute fuori dai calcoli? «C'è sempre di più la consapevolezza che, non solo in Italia ma anche nel resto d'Europa, occorra investire di più nella manutenzione, visto che il grosso delle infrastrutture risale al primo dopoguerra. Oggi nel calcolo del Prodotto interno lordo entrano gli investimenti lordi, mentre noi abbiamo bisogno di privilegiare gli investimenti fissi netti, cioè al netto degli ammortamenti, altrimenti la tentazione per rientrare nei parametri europei - come sappiamo bene noi in Italia - è sempre quella di tagliare gli investimenti. Ma una tale scelta produce un duplice danno: non solo non si investe sul futuro, ma non consente neanche alle infrastrutture esistenti di supportare lo sviluppo economico in modo adeguato. Quindi, puntare sullo sviluppo e favorire investimenti nazionali per fronteggiare la crisi climatica sono due facce della stessa medaglia». La decarbonizzazione è uno dei grandi obiettivi che si cerca di perseguire, poi però l'attualità ci propone un problema di sicurezza energetica del Paese e bollette alle stelle. L'inflazione che torna a correre la spaventa? «Spaventare è una parola eccessiva, ma certo preoccupa. L'ho già dichiarato pubblicamente per quello che riguarda il costo delle materie prime e dei materiali, cosa che ha portato il governo a fare importanti cambiamenti nel modo in cui si aggiusteranno le remunerazioni per le imprese dopo la chiusura di una gara e che ha anche spinto Rete ferroviaria italiana e Anas ad aumentare i propri prezzari del 20% rispetto al 2021». E il caro bollette...«Sappiamo che ha effetti negativi sia sulle imprese che sulle famiglie, ma non è legato alla transizione ecologica quanto piuttosto a tensioni geopolitiche, alla ripresa economica mondiale e a problemi climatici. Detto questo, però, se avessimo una quota di rinnovabili più alta saremmo molto meno vulnerabili rispetto all'evoluzione dei prezzi internazionali del gas». Torniamo alle infrastrutture. In concreto quali interventi di adattamento servirebbero per metterci in sicurezza? «Con l'aumento delle temperature si rischia che i binari delle ferrovie si deformino provocando incidenti. Poi c'è il tema delle buche nelle strade causate dalla pioggia o dal calore eccessivo. Quindi, bisogna costruire con criteri diversi e bisogna adeguare le attuali infrastrutture per renderle più resilienti. Le linee guida che abbiamo approvato quest'anno per le opere del Pnrr prevedono la relazione di sostenibilità che deve accompagnare il progetto di fattibilità tecnico-economica. Questo è un grande passo avanti perché obbliga le grandi stazioni appaltanti come Rfi, Anas o le autorità portuali a porsi questi problemi nel momento in cui studiano nuovi interventi. Poi abbiamo introdotto elementi di premialità per quelle imprese che partecipano alle gare e propongono soluzioni che aumentano la sostenibilità delle infrastrutture. Penso a nuove tipologie di asfalto o di acciaio, piuttosto che a tecniche costruttive diverse che rendono più resilienti non solo le opere future, ma anche, grazie agli interventi di manutenzione, quelle già esistenti». Il secondo rapporto, quello sugli strumenti finanziari, cosa suggerisce? «Fornisce numerose raccomandazioni molto operative per allineare il nostro Paese alle migliori pratiche internazionali sulle partnership pubblico-privato, sulla valutazione d'impatto sociale e sul ruolo dello Stato per promuovere investimenti sostenibili. Si tratta di un elemento molto importante non solo in questa fase di attuazione del Pnrr, che può innescare investimenti privati sulle stesse tematiche del Piano, come la rigenerazione urbana, ma anche per il fatto che così facendo possiamo attirare i fondi internazionali che sono alla ricerca di opportunità, e l'Italia ne può offrire numerose. Ma è una questione di tempistica, perché con le politiche di quantitative easing degli anni scorsi c'è tantissima liquidità in giro per il mondo. L'Europa, come ci spiegano gli investitori istituzionali e internazionali, sta diventando meta di importanti investimenti: è un passaggio cruciale e l'Italia non può restare indietro». --© RIPRODUZIONE RISERVATA