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Il commentoPaolo Di PaoloGli ascolti premiano il festival; gli accigliati critici del web un po' meno. Non convince Ornella Muti? Colpa di Amadeus. Non convince Lorena Cesarini? Colpa di Amadeus. Non piace il monologo di Zalone? Colpa di Amadeus. Per carità, il conduttore e direttore artistico ha il suo carico di responsabilità, ma ho la sensazione che ci sia un capzioso accanimento dei giudici social. Capzioso quanto facile. Qualcuno gli ha rimproverato anche una posizione sul palco - durante il monologo sul razzismo - scenicamente paternalistica e coloniale. Forse è un po' troppo. E se da un lato è più che interessante la sensibilità o ipersensibilità «woke» sviluppata - perfino a queste latitudini! - su ingiustizie e squilibri sociali e razziali; dall'altra, scaricata su un unico capro espiatorio, finisce per essere sproporzionata. Tanto varrebbe mettere sul palco un androide impeccabile. Finché c'è un essere umano, faremmo bene a usare un po' di clemenza. C'è fra di noi qualcuno sicuro di non farsi uscire dalla bocca, davanti a 13 milioni di persone, una frase sbagliata, di riuscire sempre a tradurre le pur buone intenzioni in buoni esiti, di riuscire a far passare la buona fede dietro l'inciampo? Mi piace immaginare i compulsivi twittatori e produttori di post su Facebook (essenzialmente 40-50enni che hanno infestato i vecchi social costringendo i giovanissimi a scappare); mi piace immaginare una sirena che suona sotto casa loro, un'auto che li sbatta a forza sul palco dell'Ariston, con lo smartphone in mano e il pigiama indosso. Vai, bello, portalo avanti tu il festival! Fai il monologo giusto, introduci come si deve la co-conduttrice, lasciale lo spazio in modo indiscutibile. «Ma io non sono un presentatore!», si difenderebbe quello. No, certo, però a quanto pare sai come si fa. Magari domattina parli anche di Costituzione e anticorpi monoclonali? La grancassa social ha ridato fiato al settuagenario festival che sembrava roba dell'altro secolo. Le critiche giocose, quelle indignate, la satira sulla satira: va bene tutto, è un grande gioco di massa. Però poi qualcuno quelle scintillanti e ingrate scale le scende davvero; e, nel caso specifico, mi pare lo faccia con impegno e lealtà. Noi invece sembriamo tutti Bouvard e Pécuchet, gli anti-eroi del romanzo di Flaubert: «Criticarono il genio civile, il monopolio dei tabacchi, il commercio, i teatri, la marina e il genere umano, come persone che avessero sofferto grandi delusioni». --© RIPRODUZIONE RISERVATA