Il Covid ha ucciso 2.277 pavesi in due anni «Morti per il virus, nessun dato gonfiato»

Silvio Puccio / paviaSono 2.761 i decessi Covid in provincia da inizio pandemia. È il dato più certo elaborato dall'Istituto superiore di sanità, ripulito dalle fluttuazioni statistiche. Quasi duemilaottocento uomini e donne vittime della pandemia, che il mese prossimo entrerà nel suo terzo anno. Il conteggio dei morti per Covid è stato al centro di molte polemiche. Che, nel corso delle ultime settimane, hanno sollevato dubbi in merito alla loro attendibilità. Ma secondo gli esperti, si tratta di un valore al riparo da possibili sovrastime. I dati«L'errore, semmai, è nella stima dei casi positivi nelle prime fasi del contagio». Lo spiega Giuseppe De Nicolao, professore di Analisi dei dati dell'ateneo cittadino. Il riferimento è alla capacità di tracciamento del virus con test e tamponi, il cui volume giornaliero non era alto come quello attuale. Il tasso di mortalitàCon una conseguenza: il rapporto tra persone positive e decessi (tasso di mortalità) falsato dai pochi test eseguiti per monitorare l'evoluzione del coronavirus. «Un fatto - prosegue De Nicolao - che ha determinato una sproporzione tra i morti e il numero di positivi della prima ondata. Che erano molti di più di quanti se ne riuscivano a trovare. Le pandemie sono situazioni in cui calcolare il dato esatto è una chimera. Ma è difficile affermare che il conteggio dei morti soffra di particolari errori che portino il numero a salire verso l'alto». Le vittime pavesi durante il primo anno di pandemia sono poco più di 1.900, secondo dati Iss. Il 70 per cento di tutte quelle registrate in provincia. «Le prime fasi del Covid hanno avuto l'effetto di una tempesta perfetta sugli ospedali. Difficile porsi problemi di altro tipo. Ma sembra improbabile che il fenomeno sia sovrastimato». Lo spiega Luigi Magnani, direttore del dipartimento Area medica di Asst Pavia e primario di Medicina dell'ospedale di Voghera. La distinzioneIl vaccino è il fattore principale che ha modificato l'andamento dei decessi. «Tra i ricoverati in corsia - prosegue Magnani - la probabilità di morte è analoga a quella delle prime ondate, per chi non è vaccinato. Lo stesso vale per i giovani non protetti, che rischiano la terapia intensiva anche in assenza di altre patologie. Per chi è senza immunità, il rischio di morire o di finire in terapia intensiva sale con l'avanzare dell'età, e la cocnomitanza di altre patologie. Ma in ospedale c'è anche chi ha fatto la seconda dose da più di 4 mesi». I decessi non avvengono solo nelle terapie intensive e nei reparti di rianimazione. Un fatto confermato anche dall'ultimo report dell'Iss, secondo il quale il 60 per cento dei decessi è avventuo nelle aree di medicina ordinaria.Le cause di morte«Situazioni analoghe si verificano anche in provincia». Raffaele Bruno, è il primario di Malattie infettive del policlinico San Matteo. «Ci sono pazienti per i quali il rapporto rischi-benefici (la valutazione dei potenziali effetti avversi in rapporto con l'efficacia della cura) va al di là di qualsiasi vantaggio per il paziente, che non otterrebbe nessun miglioramento dal trasferimento in terapia intensiva». C'è poi il tema delle patologie pregresse: «Il Covid è un fattore di rischio per molte categorie di soggetti cronicità come diabete, ipertensione e obesità sono fattori che rischiano di aggravare il quadro clinico di un paziente Covid. Ma lo stato vaccinale continua a essere l'elemento principale che distingue i pazienti». --