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Roberto LodigianiUna giustizia "riparativa": che cura e ripara - appunto - piuttosto che punire, non solo l'autore del reato, ma anche chi ne è rimasto vittima e la comunità al centro del caso penale. E' il tema, delicato e di stringente attualità, nel momento in cui si discute a livello parlamentare di riforma della giustizia, al centro dell'incontro in programma questa sera (ore 18,30, in presenza con obbligo di Green pass) al collegio Borromeo di Pavia, primo di un ciclo di due appuntamenti che si concluderà mercoledì prossimo. «Attraversare i conflitti, guarire la memoria», è il titolo del dibattito moderato da padre Guido Bertagna, con le testimonianze di Franco Bonisoli e Giorgio Bazzega, il contributo delle avvocatesse Diletta Stendardi e Maria Angela Torrente.Bertagna è un gesuita, entrato nella Compagnia subito dopo la laurea in Lettere moderne a Torino; nel 1997 ha completato gli studi di Teologia alla Pontificia Università Lateranense di Roma. Nello stesso anno si è trasferito a Milano, diventando collaboratore dell'attività pastorale del centro culturale San Fedele, da lui poi diretto tra il 2002 e il 2009; è anche scultore, allievo a Brera del professor Giancarlo Marchese. Fa parte del "Gruppo Giustizia riparativa" di Torino. Bonisoli, nato a Reggio Emilia, in una famiglia operaia e comunista, a 19 anni è entrato nelle Brigate rosse, partecipando al ferimento di Indro Montanelli (che venne "gambizzato" a Milano) e facendo quindi parte (travestito da aviere) della "squadra di fuoco" di via Fani durante il sequestro dello statista democristiano Aldo Moro (poi assassinato dalle Br). Arrestato a 23 anni e condannato all'ergastolo, cinque anni più tardi ha iniziato un percorso di ravvedimento e pentimento che lo ha portato a dissociarsi dalla lotta armata. Fa parte a sua volta del gruppo torinese Giustizia riparativa.Padre Bertagna, in sintesi che cosa si deve intendere per giustizia riparativa?«Rispetto alle forme di giustizia più tradizionale, non si risolve in un passivo subire la pena da parte di chi è riconosciuto colpevole. Ma è, al contrario, un itinerario, certo faticoso e impegnativo. che si propone di rendere possibile un attivo ed esigente percorso di rivisitazione dei luoghi del reato, del dolore e della colpa per andare, se possibile, verso l'incontro tra le parti "nemiche" della vicenda».C'è già una sua applicazione concreta?«Sicuramente alcuni paesi europei sono più avanti dell'Italia da questo punto di vista. Qui la Gr è già inserita ufficialmente nei percorsi di giustizia, mentre da noi siamo ancora alla formulazione teorica nel Dl Cartabia e bisognerà poi passare alla sua concreta attuazione. I centri di Giustizia riparativa non sono molti, andrebbero potenziati e si dovrebbe pensare alla formazione degli operatori,così come è indispensabile fornire una corretta e il più efficace possibile informazione su di essa, a ogni soggetto, da chi è perseguito penalmente ai legali».Bonisoli può essere considerato un esempio riuscito di Gr?«Franco, come altri, si è impegnato fin dagli anni Ottanta in un percorso di ravvedimento, in modo molto intenso e continuato nel tempo. Ha lavorato per ricostruire un rapporto, un tessuto di relazioni umane conle persone ferite dalle sue azioni, fin dai primi permessi. L'incontro con il nostro gruppo ha dato ulteriore sostanza al suo percorso».La giustizia riparativa è realmente efficace? «Dove viene applicata con serietà e professionalità, è drastico il calo della recidiva. Per capire quanto sia importante, basti pensare che nelle carceri italiane circa il 70 per cento dei detenuti è recidivo, il che significa che la giustizia punitiva non risponde a quello che dovrebbe essere uno dei suoi compiti, quello di garantire una maggiore sicurezza». --© RIPRODUZIONE RISERVATA