Siena è già orfana: «Perché i partiti festeggiano?»
il reportageNiccolò ZancanINVIATO A SIENALa chiamano «il Monte». La chiamano «il Babbo». La chiamano «la tredicesima contrada». Non esiste qualcosa di più evocativo da queste parti. «Una volta c'erano solo tre tipi di persone in città. Quelle che avevano lavorato per la banca, quelle che ci stavano lavorando e quelle che speravano di lavorarci». E adesso che per l'ennesima volta la gloriosa storia del Monte dei Paschi di Siena resta sospesa, in cima alla somma di tutti gli azzardi e di tutti i fallimenti degli ultimi trent'anni, ora che il matrimonio con Unicredit è saltato con buona pace dei convenuti, il sentimento che prevale a Siena è una strana inquietudine mista a orgoglio. Ne parlano al "Bandierino" e al "Bar del Palio", ne parlano lungo le discese e le salite. «Ma non capisco cosa abbiano da festeggiare certe persone», dice Romolo Semplici. È uno dei fondatori dell'associazione Pietraserena, che racchiude cittadini preoccupati per le sorti del Monte, e molti sono dipendenti ed ex dipendenti, titolo del quale anche lui ovviamente si fregia. «Mio nonno fu nel consiglio d'amministrazione della banca, io ci lavorai dieci anni come impiegato». E allora, domandiamo al signor Semplici: chi sono quelli che festeggiano il mancato accordo fra governo e Unicredit? «Ho visto commenti entusiasti di certi leghisti e di certi sindacalisti, ma anche il segretario del Pd Enrico Letta ha dichiarato che è meglio così. Noi non capiamo questo trionfalismo e invitiamo tutti alla cautela. Senza un piano alternativo per la banca, ci inoltriamo per un terreno inesplorato e rischioso».I turisti si fermano a fotografare Palazzo Salimbeni. Le luci dell'ingresso principale sono accese alle otto della sera: Monte dei Paschi di Siena, Direzione Generale. «Quanto impegno c'è voluto per mandare in rovina la più importante banca italiana», dice una donna sotto braccio al suo fidanzato. Il futuro da qui non si vede. Si vede la bellezza tradita. E si possono leggere le parole incise sul marmo della statua in onore di quello che viene ritenuto l'inventore della cambiale, Sallustio Bandini: «Che le dottrine della libertà economica insegnò primo per la prosperità dei popoli».«Non esiste più quel Monte», è la frase più ricorrente a Siena. Per molti l'uscita di scena migliore sarebbe fare della più antica banca italiana una banca a partecipazione pubblica, che insieme a altri due istituti da risanare, uno del nord e uno del sud, possa diventare l'interfaccia per le piccole e medie imprese nella gestione dei fondi del Pnrr. Qualcosa che lasci a Siena un ruolo centrale. L'incubo peggiore, invece, lo spiega Romolo Semplici: «Essere svuotati, essere venduti a pezzi. Perdere gli uffici, perdere i posti di lavoro. Perdere ogni valore. Insomma, dover chiudere per sempre il Monte».Quando è sera e tutto si spegne la sede della grande banca sembra già un museo, un pezzo di Storia. Ma dei 21 mila dipendenti al lavoro in Italia, più di quattro mila restano qui. E sono posti di medio e alto livello. «Sono posti ancora saldamente occupati dai dirigenti dell'epoca Mussari, insomma i fautori del disastro. Ma dico: se una squadra va male, non dovrebbero cambiare l'allenatore? E invece, no. In questi anni è mancato un vero rinnovamento. Non c'è mai stato un piano di rilancio».Anche un osservatore attento come Roberto Bazzanti, ex sindaco ed ex europarlamentare, profondo conoscitore della città, parla del Monte con malinconia: «La notizia era nell'aria da giorni. A Siena eravamo in fase pessimistica. Unicredit voleva fare una fusione a costo zero. Uno shopping cinico. Non solo non volevano pagare, intendevano anche guadagnarci molto. Ora speriamo nella proroga, che consenta al governo di cercare un'altra soluzione. Però devo dire questo: mi aspettavo di più dall'intervento dello Stato che dura ormai da 12 anni: sono mancati chiarezza e coraggio».Franco Ceccuzzi, sindaco negli anni delle scommesse azzardate e perse, degli acquisti spropositati e delle truffe ai danni dei risparmiatori, preferisce non parlare di questa storia. Il sindaco in carica, Luigi De Mossi, dice così: «È vero che quando l'oggetto che viene venduto ha qualche criticità bisogna sempre mediare, ma mi pare che sia stata tirata un po' troppo la corda da parte di Unicredit». Il Monte è di nuovo solo. Di nuovo schiacciato dai suoi debiti. Di nuovo schiacciato anche dai suoi fasti. Di nuovo commissariato dallo Stato. «Non è più il Monte di una volta» ripetono tutti a Siena. E cos'è, questa, se non una frase per prepararsi a un addio? --© RIPRODUZIONE RISERVATA