"Reset" a Milano, l'Italia vista da registi stranieri

milanoIl design e l'architettura nel cinema: da giovedì a domenica torna il Milano Design Film Festival, nona edizione, con proiezioni e incontri in presenza (Teatro Franco Parenti, Villa Scheibler, e Locanda Officina Monumentale) in parallelo a film e talk in streaming (su www.milanodesignfilmfestival.com). Il tema, scelto dalla curatrice Silvia Robertazzi e dalla co-curatrice Porzia Bergamasco, è Reset e guest curator saranno gli architetti Gianandrea Barreca e Giovanni La Varra, che si occuperanno della sezione "Ciak in Italy. Registi stranieri nel paesaggio italiano". Abbiamo intervistato Barreca, dal 2015 al 2018 docente all'ateneo di Pavia. Ci spiega il titolo del Festival, "Reset"?«È un invito a pensare la lenta uscita dalla pandemia come un nuovo inizio e come un modo di riapprezzare cose naturali e semplici come vedersi, incontrarsi, abitare lo spazio pubblico, andare al cinema. Concepire il quotidiano come un dono e un'opportunità».Cosa presenterà nella sezione "Ciak in Italy"?«Sono tanti i modi in cui il cinema degli stranieri è sbarcato in Italia. L'Italia è di volta in volta il luogo dei misteri o dell'eros, del paesaggio incantato della Toscana o del paesaggio estremo e arcaico del sud. Guardare come ci guardano gli altri è un modo per imparare chi siamo e come siamo percepiti. I film che mostreremo sono una selezione di questo caleidoscopio: "A Venezia... un dicembre rosso shocking" (Nicolas Roeg, 1973), "La contessa scalza" (Joseph L. Mankiewicz, 1954), "Passione" (John Turturro, 2010), "Tre passi nel delirio" (Federico Fellini, Louis Malle, Roger Vadim, 1968).Lei ha lavorato a Pavia: quanto è un città "da cinema"?«Ho insegnato all'Italian Chinese Curriculum della Facoltà di Ingegneria, corso di laurea in ingegneria edile-architettura, nell'edificio "Nave" di Giancarlo De Carlo che è anche stato mio maestro di architettura. Il centro storico della città, insieme al fiume Ticino e alle campagne circostanti, si presta a fare da sfondo a varie pellicole, come quelle di De Sica, Monicelli e Marina Spada. Credo che però la nebbia riesca a creare una atmosfera cinematografica in tutta la città».Il Ponte Coperto ha compiuto 70 anni. Cosa pensa di questo simbolo dal punto di vista cinematografico?«I monumenti al cinema funzionano come nella città. Servono a identificare un'epoca e una storia ma anche a misurare l'immaginario della città che cambia: nello stesso luogo, una storia d'amore degli anni '50, un inseguimento degli anni '70 o una vicenda di spionaggio degli anni '90 ci dicono che l'architettura è la "scena fissa" ma che la città, le sue storie, i suoi abitanti, cambiano e utilizzano quella scena diversamente». --Gi.ar.