Mascherine cinesi, Arcuri indagato per peculato e abuso d'ufficio

Grazia Longo / ROMALe ultime notizie dell'inchiesta, coordinata dal procuratore aggiunto di Roma Paolo Ielo, sulle mascherine acquistate durante il periodo clou della pandemia che vede coinvolto l'ex commissario straordinario all'emergenza Domenico Arcuri, sono sostanzialmente tre. La prima: oltre che di corruzione (su cui pende però una richiesta di archiviazione) è accusato anche di peculato e abuso d'ufficio. La seconda: durante l'interrogatorio cui è stato sottoposto sabato scorso in procura, Arcuri si è difeso proclamando la sua innocenza. La terza: gli inquirenti hanno disposto il sequestro di 800 milioni di mascherine provenienti dalla Cina. Arcuri aveva proceduto all'acquisto, per un valore di 1,25 miliardi di euro, presso tre consorzi cinesi con l'intermediazione di alcune imprese italiane che hanno ottenuto commissioni per decine di milioni. Il motivo del sequestro delle mascherine, da parte del Nucleo Valutario della guardia di finanza, è spiegato nelle 14 pagine del decreto: si tratta di dispositivi «molto pericolosi» e non a norma. L'esame fisico-chimico delle mascherine realizzato sia dall'Agenzia dogane di Roma sia dai consulenti nominati dai pm ha infatti dimostrato che «gran parte per i quali si è disposto il sequestro non soddisfano i requisiti di efficacia protettiva richiesti dalle norme Uni En e addirittura alcune forniture sono state giudicate pericolose per la salute». E poi ci sono le due pesanti accuse, ancora in piedi, per peculato e abuso d'ufficio. Perché, secondo la Procura di Roma, che ha indagato anche Mario Benotti - ex giornalista Rai, ex consulente della presidenza del Consiglio e ritenuto il mediatore nell'affare delle mascherine -, Arcuri avrebbe acquistato i dispositivi di sicurezza favorendo un ricarico di 12 milioni di euro a Benotti. Con il quale, inoltre, non avrebbe mai stipulato un regolare contratto. Ma alla prima accusa l'ex commissario Arcuri, difeso dall'avvocato Grazia Volo, risponde di aver proceduto all'acquisto incriminato solo «perché il prezzo dei prodotti era vantaggioso ed ero all'oscuro del ricarico». Quanto a Benotti, Arcuri replica di «non avergli mai dato alcun incarico. Inoltre per l'intera durata dell'emergenza non ho mai sottoscritto contratti con soggetti diversi dalle aziende fornitrici dei prodotti». Ma secondo gli inquirenti Binotti ha invece spiegato di «essere stato contattato da Arcuri», come peraltro dimostrano centinaia di contatti telefonici intercorsi tra i due. I contatti con BenottiSecondo le diverse testimonianze raccolte - spiegano nel decreto di sequestro i pm Fabrizio Tucci e Gennaro Varone - «a giustificazione di un operato meno rigoroso c'era anche la situazione di emergenza in sé, che imponeva acquisizioni forzose, pur di non lasciare la popolazione sanitaria sprovvista di tutela». Ma i pubblici ministeri scrivono sul punto: «Una spiegazione che presta fianco ad evidente critica: dichiarare protettivo un dispositivo di dubitabile idoneità può indurre esposizioni sanitarie avventate». --© RIPRODUZIONE RISERVATA