La riscossa dei sindacati «Siamo in duecentomila questa è la festa di tutti»
Francesco Olivo / ROMA«Abbiamo o deciso in cinque minuti, bisognava reagire». Maurizio Landini scende dal palco, è emozionato e si vede, la mobilitazione convocata subito dopo l'assalto alla sede della Cgil del 9 ottobre ha funzionato. Il segretario di comizi ne ha fatti a centinaia, ma stavolta è diverso, tanto che per la prima volta ha anche messo la cravatta. Piazza San Giovanni è piena, c'è la solita disputa sul numero dei partecipanti, 200 mila secondo i sindacati, 60 mila per la questura, ma in ogni caso un sacco di gente, arrivata da ogni parte d'Italia, con la parola d'ordine: «Mai più fascismi». Cisl e Uil occupano la piazza sin dal primo mattino con i palloncini, così il rosso non è il colore prevalente. Ma la Cgil arriva in corteo dall'Esquilino e riempie la piazza. La giornata si chiude con il discorso di Landini, che alterna i temi antifascisti, «questa piazza non è di parte, ma è la sconfitta di chi con la violenza pensava di tornare indietro di cento anni», a quelli temi del lavoro e dell'economia, evitando con abilità di entrare in terreni scivolosi, con il Green Pass. Landini si sofferma su un particolare, «i fascisti hanno distrutto alcune opere d'arte, ma un bellissimo quadro all'ingresso, di Guttuso, non lo hanno toccato; forse perché non hanno capito neanche cosa era». Nel finale poi chiede di sciogliere Forza Nuova e ottenere giustizia per Giulio Regeni. L'atmosfera in piazza è tranquilla, nonostante due pullman della Cgil in viaggio dalla Liguria e da Caserta siano stati fermati e perquisiti a lungo dalla polizia, «una cosa mai successa», dicono dal sindacato. I politici restano a margine, piazzati in un'area laterale, siamo alla vigilia dei ballottaggi e questo sarebbe il sabato di silenzio elettorale. Del centrosinistra, nella sua accezione più larga possibile, da Italia Viva a Sinistra Italiana, passando per i Cinque Stelle, ci sono tutti, tanto che si notano di più quelli che mancano (Matteo Renzi e Virginia Raggi per dirne due). Laboratorio del Nuovo Ulivo? «Questo no», dice Nico Stumpo. Del centrodestra non c'è nessuno, con l'eccezione del forzista Elio Vito, che incontra Luigi Di Maio e lo accoglie così: «Allora non sono l'unico di destra qui». I sondaggi dei ballottaggi si citano con discrezione e ottimismo. Per la sinistra è una rimpatriata, ci sono i giovani, i ministri, e anche i dirigenti storici, come Massimo D'Alema («noi comunisti davanti alle violenze delle Br scendevamo in piazza») e il suo antico nemico Sergio Cofferati («pensavo che la polizia avesse gli strumenti per evitare un assalto così»). Pierluigi Bersani saluta tutti: «Finché non si riconosce che il 25 aprile è la festa di tutti, non ne usciamo». Arriva Enrico Letta, abbracci affettuosi, ma nessun commento, unica eccezione è la posa con la maglietta «La matrice dell'Europa è antifascista» dono dell'associazione Europa Now, critica implicita a Giorgia Meloni. Il più accorto è Roberto Gualtieri che nelle prossime ore spera di diventare sindaco di Roma e non può permettersi scivoloni, «sarai il miglior sindaco degli ultimi 30 anni», gli sussurra l'ex ministra dei Trasporti Paola De Micheli, anche meglio di Veltroni (che non si vede). Sempre in silenzio, Gualtieri si concede una foto con Giuseppe Conte e un saluto con Paola Taverna («lo voterò»). Il ministro del Lavoro Andrea Orlando ascolta sotto al palco Landini, applaudendo spesso, «se la destra fosse qui saremmo un Paese pienamente europeo». Dario Franceschini stringe mani e Roberto Speranza sorride stanco. Poco più in là ci sono Bonafede e Di Maio. Un militante di Reggio Emilia avvicina il ministro e gli racconta la storia dei Fratelli Cervi, «forse voi a Napoli non la conoscete», «certo che sì - risponde - noi napoletani abbiamo cacciato i nazifascisti». La delegazione grillina, composta anche da Alfonso Bonafede è a suo agio, «il M5S c'è senza ambiguità», dice Alessandra Todde, viceministra allo Sviluppo Economico. Luciano Nobili di Italia Viva sta sotto al palco e si rammarica dell'assenza di Carlo Calenda. Il confine tra dico e non dico, nel giorno del silenzio, è labile, Francesco Boccia prova a non varcarlo con fatica: «Si potrebbe parlare dell'impegno civico di alcuni partiti che non nomino, ma lo facciamo martedì». Parte Bella Ciao. Di Maio ha la mascherina, chissà se ha cantato. --© RIPRODUZIONE RISERVATA