«Per mio marito e il socio dare fuoco all'impianto era l'unica alternativa»

la testimonianzamortaraUn accendino Bic di colore nero. Con questo, alle sei di mattina del 6 settembre 2017, è stato appiccato il fuoco all'impianto di via Fermi a Mortara. A spiegarlo agli investigatori è l'ex moglie di Vincenzo Bertè, Sabrina Zambelli. La sua testimonianza spontanea, raccolta a maggio del 2019, dà un corso diverso all'inchiesta sul rogo, già avviata. Dall'accusa di incendio colposo (contestazione al centro di un processo ancora in corso) si passa all'ipotesi di incendio doloso. Secondo la testimonianza della donna, che già aveva avuto contrasti con il marito per la gestione dell'impianto che rischiava il tracollo economico, il piano fu architettato tra luglio e agosto 2017. «Biani venne a casa nostra e disse che l'unico sistema di evitare la chiusura dell'impianto era quello di incendiare i rifiuti», ha spiegato la super testimone. risparmi e profitti La donna spiega agli investigatori che lo scopo, secondo l'ex marito e Biani, era ottenere da un lato un indennizzo assicurativo, ma anche risparmiare sullo smaltimento. «Parlavano di 800mila euro ma probabilmente era almeno il doppio», si legge nelle carte. Ma come portare a termine l'idea, visto che l'impianto era sorvegliato da un custode? Il problema è subito aggirato: «Mio marito aveva chiesto al custode di lasciare la casa e posizionare il muletto sotto il capannone» dove era stoccata la carta, quindi «di staccare i contatti del muletto in modo da far pensare a un corto circuito». La mattina dell'incendio l'ex moglie racconta di avere visto il marito entrare nella sua camera da letto e sentirgli dire: «L'ho fatto». Alle 6.30 è arrivata un'altra telefonata. «Era mio marito, mi chiamava dall'ospedale di Mede dove si era fatto ricoverare da un medico amico fingendo un malore. Quando lo raggiunsi c'erano i carabinieri nella stanza. Dopo che furono usciti mio marito mi fece l'occhiolino e a casa mi raccontò tutto». E un finto ricovero, per evitare un'ispezione dell'Arpa, ci fu anche nel 2017, «grazie a un amico con solidi collegamenti politici». l'ombra della 'ndranghetaL'ex moglie di Bertè, proprio per le diverse vedute sulla gestione dell'impianto, avrebbe anche ricevuto minacce. Un episodio che, per il gip Guido Salvini, «getta una luce poco rassicurante» sull'intera vicenda. A dire alla donna «Stai zitta o ti faccio fuori» sarebbe stato infatti un presunto 'ndranghetista «coinvolto nell'indagine Infinito del 2010 come componente di una Locale», che si trovava in compagnia di uno dei più stretti collaboratori dell'ex marito della donna. rifiuti all'estero Dalle indagini è emerso anche che dall'estate del 2019 e fino al febbraio del 2020 gli indagati avrebbero cercato di portare i rifiuti bruciati nell'incendio all'estero, in Bulgaria e in Pakistan. Nel secondo caso il progetto sfumò per un controllo dell'Agenzia delle Dogane al porto di Genova dopo aver rilevato delle incoerenze nella descrizione dei rifiuti. Biani, in particolare, avrebbe anche cercato di esportare in Bulgaria rifiuti stoccati nell'impianto Ecoross di Corigliano Calabro, in provincia di Cosenza. --M. fio.