Si ferma il cuore di Gino Strada una vita dedicata agli ultimi

Francesca Sforza /RomaPer capire chi era Gino Strada bisogna partire dal cuore. Il suo innanzitutto, che prima di fermarsi, ieri in Normandia, dove si trovava con la seconda moglie Simonetta Gola, ha battuto per 73 anni facendosi sentire in ogni angolo del mondo, soprattutto in quei mondi fuori fuoco che gli stetoscopi dell'Occidente faticavano ad ascoltare: Pakistan, Etiopia, Perù, Afghanistan, Somalia, Bosnia ed Erzegovina, Sudan. E poi i cuori degli altri, quelli che ha curato direttamente da quando si era specializzato in Chirurgia d'urgenza all'università di Milano alla fine degli anni Settanta, la stagione in cui militava tra le fila della sinistra extraparlamentare. E quelli che ha toccato con le sue parole, con le campagne politiche, con le invettive, con la militanza orgogliosa di chi aveva la mano ferma e gli obiettivi chiari nella testa. Da una parte l'uomo - salvarne uno per salvare, ogni volta, l'umanità che esso rappresenta - dall'altra la guerra - fermarle tutte, senza distinzione né analisi di scopo. È stato questo il presupposto fondativo di Emergency, l'ong creata nel 1994 da Gino Strada e dalla prima moglie Teresa Sarti, morta di una malattia fulminante nel 2009, e che da allora ha prestato assistenza gratuita a oltre sei milioni di persone in 18 paesi del mondo, diventando nel 2006 partner ufficiale delle Nazioni Unite, nel 2015 parte del Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite (Ecosoc) come associazione in Special Consultative Status, e nel 2018 partner ufficiale dell'European Union Civil Protection and Humanitarian Aid. Un presupposto scomodo, che l'ha definita negli anni come qualcosa di molto diverso, ad esempio, dalla Croce Rossa, con cui pure condivideva il principio dell'imparzialità del soccorso. Emergency infatti non è mai stato un attore neutrale, ma eminentemente politico, in zone in cui la politica è spesso oscura, compromessa, opaca. Molte decisioni di Gino Strada sono state oggetto di profonda controversia, come quando in Afghanistan collaborò alla liberazione di Daniele Mastrogiacomo trattando con i talebani (gli stessi che successivamente giustiziarono l'interprete Ajmal Naqashbandi) o quando ammise di aver preso finanziamenti dal dittatore al Bashir per la costruzione di ospedali in Sudan. A chi lo accusava di contiguità con i regimi, Gino Strada ha sempre opposto, con fierezza, la sua cultura di salvazione. Quella di Mastrogiacomo nel primo caso, che vide anche uno scontro con i servizi italiani, e quella dei tanti sudanesi che grazie ai suoi ospedali avevano ottenuto le cure. Come scrisse Moni Ovadia in occasione dell'uscita del libro "Pappagalli Verdi", «a me Gino Strada ricorda i principi fondamentali dell'antropologia ebraica: noi tutti discendiamo da un solo uomo perché nessuno possa dire il mio progenitore è meglio del tuo. Dunque chi salva una vita salva l'intero universo e così progetta la salvezza di noi tutti».La Nato, l'America definita "amministrazione terrorista", i burocrati, i produttori di armi erano spesso oggetto dei suoi attacchi: colpevoli innanzitutto di ignorare la potenza di quelle vite che lui si dedicava a strappare ogni giorno dalla morte. E di promuovere, con politiche finalizzate al conseguimento di profitti, sempre nuovi disastri. Un'etica radicale e controcorrente valsa lui l'ammirazione dei 5Stelle, che nel 2013 lo immaginarono candidato al Quirinale. Ne scrisse, di questa sua indisponibilità al compromesso, in "Zona Rossa", il saggio pubblicato nel 2015 insieme al suo collega e amico Roberto Satolli, a proposito della diffusione del virus Ebola - negletto e lasciato correre impunemente in Africa equatoriale - e ha avuto poi modo di ripeterlo di recente, in occasione della pandemia di Covid: «Ci impone di ripensare il nostro senso di comunità, e di smettere di pensare ciascuno al proprio orticello». Era la cosa che lo spaventava di più, il mondo stretto di chi ha il terrore di venire «toccato dal diverso», di chi teme la prossimità, «l'ignoranza delle paure senza pensiero». --© RIPRODUZIONE RISERVATA