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Sulla terza dose il mondo della scienza si divide, mentre big pharma è già in pressing, con studi preliminari che dimostrerebbero la perdita di efficacia dei vaccini a partire dal sesto mese. Ma soprattutto annunciando versioni aggiornate del virus in grado di mettere la museruola anche alla Delta. Per ora il passo in avanti l'ha fatto solo Israele, che domenica inizierà a iniettare il "booster", come si chiama in gergo farmaceutico il richiamo del richiamo, agli over 60 che abbiano fatto l'ultima puntura almeno da 5 mesi. La Commissione Ue intanto prenota 1,8 miliardi di dosi del modello aggiornato Pfizer-BioNTech più 150 milioni di quello Moderna, in attesa che l'Ema sciolga la riserva e si pronunci con un si o un no. E l'Italia? Da noi gli scienziati si accapigliano anche sulla sua utilità e il direttore della Prevenzione del Ministero di Speranza, il super-esperto Gianni Rezza, ammette che «sulla terza dose c'è indecisione perché mancano ancora delle evidenze forti». Però poi fa capire anche a chi sarà probabilmente somministrata: «immunodepressi, malati fragili, anziani e personale sanitario». Come minimo 16 milioni di italiani. Quanto basta per rimettere in moto una macchina vaccinale ancora stressata dalla somministrazione delle prime due dosi. «A me se vogliono farmi un favore dovrebbero decidere di non farla, perché è un altro sforzo non da poco per il nostro personale medico» ammette il presidente veneto Luca Zaia. Che però si rimette alle decisioni degli scienziati, «ci dicano loro, non la politica, se serve o no». Ma tra virologi veri e presunti è già battaglia, con i due partiti divisi, mentre Speranza sembra aver già deciso: la terza dose si farà ma né a 6 e nemmeno a 9 mesi dalla seconda, perché i primi immunizzati con le sperimentazioni sono ancora protetti. Mentre distanziando di un anno il "booster" si hanno due vantaggi: avere forse già approvate le versioni anti Delta del vaccino e avere già chiuso con la somministrazione delle prime due dosi. --© RIPRODUZIONE RISERVATA