Senza Titolo
il personaggioRoberto CondioCe l'ha fatta. Ce la farà. Christian Eriksen non poteva andarsene così, a 29 anni, atleta giovane e forte, sul «suo» campo, davanti alla sua gente, nella partita più attesa, quella della festa che ha rischiato di trasformarsi in tragedia. Anche ieri, con il «10» che spetta al giocatore di maggior qualità, Eriksen era il più atteso. Il talento che doveva accendere la Danimarca al debutto in un Europeo da vivere nell'abbordabile girone tutto in casa, a Copenaghen. Per 42' dal suo piede erano partiti i palloni più velenosi per la Finlandia. Nessun effetto speciale, però. Quello è arrivato all'improvviso, maligno, come un pugno nello stomaco per i 15 mila del «Parken» e i milioni davanti alle tv. Tutti gli occhi su di lui, esanime al suolo con gli occhi sbarrati. Protagonista senza volerlo. Com'è spesso stato nel destino di un ragazzo mai sopra le righe, di un calciatore che esce con facilità e stile dagli stereotipi di una colleganza troppo spesso viziata e arrogante. Leader vincente nell'Ajax, elemento di spicco ma senza titoli nel Tottenham, era stato in vetrina suo malgrado anche da interista. Marotta lo aveva preso dagli Spurs nel gennaio 2020 per 27 milioni, il club lo aveva presentato con uno spettacolare «shooting» alla Scala. Ingaggio da 7,5 milioni a stagione, contratto fino al '24, come il numero di maglia scelto, uno in più del 23 vestito a Londra «perché per me significa fare un passo avanti». Invece, pochi mesi dopo aver giocato (e perso) la finale di Champions, per un anno era sceso di livello e di considerazione. Poco convincente lui, poche soprattutto le occasioni offertegli da Conte. Una delusione pagata cara. Tracce al limite dell'insignificante per chi fino al maggio 2019 era stato in Premier il re degli assist e dei calci piazzati. Mai una parola fuori posto, però. Mai una polemica vera, se non rari segni di insofferenza nelle convocazioni in Nazionale dove, lì sì, continuava a ben giocare e a segnare. Quasi rassegnato al fine corsa interista, magari confermando quel difetto (poca grinta) che gli rimproveravano. Con Marotta che prima dell'ultima partita dell'anno ufficializzava che «Eriksen non è funzionale al progetto», Chris era così tornato in patria per ritrovare il sorriso accanto alla compagna Sabrina, che stava per renderlo padre-bis, dopo Alfred nato nel 2018.Il suo destino nerazzurro pareva segnato. Invece, complice il mercato impoverito dal Covid, nessuno ha bussato all'Inter, lui ha continuato ad allenarsi da professionista serio e a febbraio Conte lo ha coinvolto nella più spettacolare delle giravolte, trasformandolo da subentrante negli ultimi spiccioli (quando andava bene...) a titolare della squadra dello scatto verso lo scudetto atteso da 11 anni. Finalmente protagonista per meriti indiscussi. Capace di capovolgere una situazione che sembrava compromessa. Ieri abbiamo tutti avuto la tremenda sensazione che lo fosse ancora di più. Invece Eriksen, nato nel giorno di San Valentino, ce l'ha fatta ancora. Sostenuto dall'amore di tutto il mondo del calcio e di chi lo aveva visto stramazzare sull'erba di casa sua. Nessuno più potrà dargli del triste, del molle o magari anche solo del troppo buono, che in questo mondo finisce per essere un peccato. Christian ha la scorza più dura di tutti. La speranza è che possa dimostrarla presto facendo la cosa che gli riesce meglio. Si prenda tutto il tempo necessario, però. --© RIPRODUZIONE RISERVATA