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l'intervistaFabio Martini / romaPresidente Stefano Bonaccini, nel Palazzo nessuno si azzarda a decretare il cessato allarme, ma gli italiani lo "sentono": l'ansia collettiva è alle spalle. Al netto di una certa enfasi apologetica tipica del sistema politico-mediatico, lei riconosce che la previsione di Mario Draghi sul "rischio calcolato" si è dimostrata azzeccata? E al tempo stesso il governo - cambiandola governance dei vaccini e inserendo riforme e cronoprogramma nel Recovery - di fatto non incarna la dimensione dell'uomo solo al comando? «Le riaperture graduali si stanno dimostrando una scelta giusta. Se non ci fossimo assunti questo rischio non guarderemmo con ottimismo ai mesi che abbiamo davanti, così come se avessimo aperto tutto e subito, come chiedeva Salvini, avremmo nuovamente riportato il Paese nei guai. Mi lasci però aggiungere che le Regioni sono state attori importanti di questo rischio calcolato: i vaccini li stiamo somministrando noi e i protocolli per la ripartenza li abbiamo scritti noi, per fare due esempi. E le Regioni potranno essere un soggetto decisivo anche per investire bene le risorse europee». Negli ultimi giorni il governo ha condiviso diverse obiezioni - dalla governance del Recovery agli appalti - ma la sostanza è che il bastone del comando resta a Roma sull'asse Chigi-Mef: va bene così o c'è un eccesso di (motivata) sfiducia nelle forze tradizionali del "sistema", a cominciare dalle Regioni? «Molte delle correzioni che abbiamo proposto sono state recepite. Adesso si tratta di capire se le autonomie locali saranno adeguatamente coinvolte come soggetti di programmazione e di attuazione. Mi creda, non è un problema di bandierine: nemmeno il Governo migliore del mondo potrebbe spendere oltre 200 miliardi in modo centralistico, perché le scuole e gli ospedali li costruiscono Regioni e Comuni, così come gli interventi di prevenzione del dissesto idrogeologico o la rigenerazione urbana. Immaginare che in regioni come l'Emilia-Romagna questi progetti possano essere realizzati dall'apparato ministeriale significa semplicemente non sapere di cosa si sta parlando». Dopo mesi duri gli operatori turistici esitano a dirlo, ma sotto traccia le prenotazioni marciano a ritmi intensi: si prepara un'estate da boom? «I segnali che registriamo vanno nella giusta direzione, la fiducia è tanta. La riviera emiliano-romagnola è pronta a ricevere in sicurezza i milioni di turisti che stanno prenotando. Ma anche il turismo più lento ed esperienziale: in Emilia-Romagna abbiamo ottime prospettive e garantiremo vacanze sicure a tutti. Credo che dal settore più colpito verrà un segnale fortissimo di rinascita». Un domanda che affligge tante famiglie: appena finirà il blocco dei licenziamenti, le aziende proveranno a intercettare la ripresa, facendo leva sulla loro forza lavoro o i segnali sono diversi e poco incoraggianti? «Il quadro complessivo è migliore di come ce lo saremmo aspettati fino a qualche mese fa. Ma non tutte le situazioni sono uguali. Ricordo sempre che già in questo anno molti giovani e molte donne hanno perso il lavoro perché precario. Per questo insisto molto sul lavoro "buono": investire subito e in modo massiccio in formazione e ricerca è la premessa indispensabile per una ripartenza più solida». Le autocritiche di Luigi Di Maio e Virginia Raggi sul loro giustizialismo le paiono opportunistiche o foriere di una svolta che consentirà al Pd l'alleanza strategica coi 5Stelle? «Sono parole non scontate e non posso che apprezzarle. Se alimenti un consenso in nome della distruzione della politica e delle istituzioni raccogli solo macerie. Credo che l'esperienza di governo abbia fatto molto bene in questo ai 5Stelle, e non credo proprio sia un cambiamento di facciata». Un moderato per una vita come Biden sta imprimendo un passo di "sinistra" alla sua presidenza: un esempio da seguire per il Pd e per l'ex moderato Enrico Letta? «Cresce nel mondo occidentale il bisogno di ricomporre le fratture sociali. La globalizzazione non governata ha provocato divaricazioni crescenti nelle nostre società. E la pandemia ha riaffermato una volta di più il bisogno di una sanità pubblica che curi tanto il ricco quanto il povero e protegga così anche l'economia». Sta dicendo che la sinistra sarà sempre più obbligata a fare la sinistra: anche in Italia, come ha iniziato a fare Letta con la proposta della tassa sull'eredità dei super-ricchi? «Se i ceti medio-bassi scivolano verso la povertà e quelli medi si riducono, o siamo in grado di ridistribuire con più equità le risorse oppure i cittadini si affidano alla destra sovranista che promette muri e chiusure a protezione. Non diversamente, la scuola deve poter offrire a tutti pari opportunità. La sfida ambientale non può essere affrontata individualmente. Salute, istruzione, ambiente, sicurezza sono anche beni comuni, senza i quali una società moderna collassa». Negli ultimi 15 mesi le Regioni hanno avuto più potere che nei 51 anni precedenti: non pensa che vi potevate giocare meglio la chance che vi ha dato il governo Conte non centralizzando le scelte sulla pandemia, ma condividendo quasi tutto con voi Regioni? «Io continuo a pensare che un ospedale o un servizio di sanità pubblica di Bologna, Piacenza o Rimini gestito da Roma sarebbe un clamoroso errore. È stato giusto respingere le sirene del centralismo, che ancora suonano, perché così si ucciderebbero i servizi. Nel contempo, vediamo bene come sia ancora lontano il sacrosanto diritto di ogni cittadino di ricevere una prestazione adeguata a prescindere da dove nasca e viva. E non ce lo possiamo più permettere, perché è semplicemente inaccettabile». --© RIPRODUZIONE RISERVATA