Le navi dei volontari in mare «Si potevano evitare 2mila morti»
l'intervistaFabio AlbaneseCATANIANel Mediterraneo centrale è arrivata la Sea-Eye4, nuova nave della Ong tedesca omonima. Alla sua prima missione, è per ora l'unica in zona. Ma è il segnale del ritorno delle navi Ong, anche se quasi tutte le altre per ora sono bloccate, molte per fermo amministrativo: Sea-Watch4 a Trapani, Open Arms a Pozzallo, Ocean Viking ad Augusta. Altre, come la Mare Jonio e la Alan Kurdi, sono ferme per lavori. A Marsiglia si prepara la piccola Aita Mari della Ong basca Smh. Ma è dal Nord Europa che sta per arrivare una nuova grande nave umanitaria: 77 metri, 2 ponti, uno per gli uomini l'altro per donne e bambini, infermeria, sala parto: è la Geo Barents. Bandiera norvegese, è la nuova nave di Medici senza frontiere che così ritorna in mare in autonomia dopo anni di collaborazione con altre Ong. «Non si poteva più aspettare - dice la presidente di Msf Italia, Claudia Lodesani -. Da quando la strategia per bloccare le navi Ong è quella dei fermi amministrativi, ci sono stati 9 fermi per 7 navi, tenute nei porti per 775 giorni; in quegli stessi giorni abbiamo contato almeno 1900 persone morte in mare». Perché una nuova nave, non potevate tornare su quelle delle altre Ong?«Per aumentare il numero di navi operative. Il bisogno c'è, la gente continua a morire. In questi anni dal punto di vista politico le cose non sono cambiate, anzi sono peggiorate perché, se nel 2015-16 c'era comunque un sistema che funzionava, coordinato dalla Guardia costiera italiana e che prevedeva navi militari, mercantili e navi Ong, ora questo sistema è stato smantellato».Due anni fa i porti chiusi di Salvini, poi con il Conte 2 i fermi amministrativi delle navi Ong. L'altro giorno il premier Draghi ha detto in Parlamento che "nessuno sarà lasciato solo in acque territoriali italiane". Si può leggere come un'apertura?«Quello che è cambiato è che prima si chiudevano i porti, ci lasciavano lavorare ma non sbarcare; ora la tattica è che non ci impediscono di sbarcare, ma ci impediscono di ripartire. Il risultato è lo stesso, è solo meno mediatico. Quanto al commento del premier, ci auguriamo che sia stata una svista, una gaffe, perché è evidente che il punto non sono le 12 miglia delle acque territoriali; la zona Sar non coincide con le 12 miglia, è molto più vasta; e poi c'è la Sar della Libia, Paese che spesso non può o non vuole intervenire. Fino al 2017 anche lì gli interventi erano coordinati da Malta o Italia. Ora che non c'è più questo coordinamento, i naufragi avvengono nelle Sar italiana, maltese, libica ma ben oltre le 12 miglia. Ci auguriamo che il messaggio che volesse dare è che si devono salvare le vite "whatever it takes", come direbbe lui». Come sosterrete i costi della nuova nave?« È sempre lo stesso. Abbiamo dipartimenti di raccolta fondi in tutti i posti dove abbiamo sedi».La maggior parte degli interventi avviene in Sar libica, pensate di dovervi rapportare con Tripoli?«Noi come da protocollo li avviseremo degli interventi, però il nostro faro-guida sarà il diritto internazionale marittimo che prevede di salvare le persone senza aspettare e non accetteremo un ritorno in Libia perché non è ammissibile, Tripoli non è un porto sicuro; e lo dice anche l'Onu».Quante gente può ospitare la nave e quando sarà in zona?«Fra 300 e 350 persone. E' partita all'alba del 13 maggio, ci vorranno 10-15 giorni per arrivare in zona Sar. Prevediamo 2 tappe intermedie per i rifornimenti ma non passeremo da porti italiani». Perché temete un fermo amministrativo?«In questi mesi abbiamo avuto interlocuzioni con la Guardia costiera italiana per capire quali siano le necessità di una nave di soccorso ed evitare sorprese, ma saremmo ciechi se pensassimo che non possa succedere. Abbiamo tutte le certificazioni, come sempre, ma il cavillo ci può essere sempre». --© RIPRODUZIONE RISERVATA