La sollevazione anti-francese partita dalle campagne
PAVIAManzoni lasciò ai posteri «l'ardua sentenza» su chi fosse stato realmente Napoleone, se un grande generale e un brillante riformatore, o non piuttosto uno spietato tiranno, ma il giudizio i pavesi coevi lo espressero subito, rivoltandosi in massa all'apparire, nel maggio 1796, dell'armata francese che portava sulla punta dei fucili gli ideali rivoluzionari di libertà, uguaglianza, fraternità. «Fu una sollevazione di stile sanfedista, con i preti che aizzarono i contadini, i quali affrontarono i soldati napoleonici con roncole, picche, bastoni», osserva Paolo Mazzarello, scrittore, docente universitario di storia della Medicina, autore, tra l'altro, del libro "L'elefante di Napoleone l'animale che voleva essere libero" (Bompiani, 2017). «Con quella di Lodi, la rivolta anti-francese di Pavia fu la prima in Italia», aggiunge Luigi Casali, storico, che ha firmato, con Marco Giusfredi, "Napoleone anche a Pavia" (Univers, 2018) e "Pavia assediata" (Effigie, 2015).«Bonaparte, nella repressione dei moti, non ebbe certo la mano leggera - spiega Mazzarello - Binasco assediata e data alle fiamme, poi il sacco di Pavia. I morti furono un centinaio». «I francesi - racconta Casali - depredarono soprattutto case e negozi. Gli oggetti preziosi erano, ovviamente, il bottino più ambito, ma anche tessitori, calzolai e cappellai furono presi di mira, perchè i soldati, che ormai indossavano stracci dopo la lunga marcia a piedi dalla Francia, volevano roba nuova con cui vestirsi. Napoleone non voleva un focolaio di rivolta alle spalle del suo esercito e anche per questo usò il pugno duro. Le cronache del tempo aggiungono, comunque, che i francesi si comportarono in modo sostanzialmente corretto nei confronti delle donne». Dopo un giorno di saccheggio, si mossero i notabili della città. L'avvocato Camillo Campari e la municipalità pregarono il Piccolo Caporale di far cessare le razzie, mentre Paolo Tosi, rettore del Ghislieri, salvò il collegio da una scorreria pagando una "tangente" di 586 lire, che all'epoca era una bella somma.Tutt'altro il contesto della terza visita di Napoleone a Pavia (dopo il rapido passaggio del 1800, durante la marcia verso Marengo), nel 1805. Bonaparte, appena proclamato imperatore dal Senato di Francia, era diretto a Milano per essere incoronato re d'Italia e fu accolto trionfalmente, insieme alla consorte Josephine (che, incapace di dargli un figlio maschio, avrebbe ripudiato nel 1810 per sposare Maria Luisa d'Austria), con il Ponte Coperto addobbato e i cadetti schierati. «Le grandi famiglie nobili della città fecero a gara per rendere gli onori all'ilustre ospite e i loro rampolli formarono una "Guardia" speciale, indossando uniformi verdi e bianche - spiega ancora Casali - Napoleone e l'imperatrice soggiornarono a Palazzo Botta (dove esiste una "sala napoleonica" in ricordo dell'evento) e si recarono anche al teatro Fraschini. Bonaparte incontrò di nuovo Campari, malgrado l'iniziale ritrosia di questi».Accoglienza trionfaleNel corso della sua terza visita (a cui ne sarebbe seguita una quarta, più fugace, nel 1807), Napoleone ebbe intensi contatti anche con gli ambienti universitari. «Incontrò Antonio Scarpa, docente di Anatomia e chirurgia - precisa Mazzarello - e gli chiese dove fosse Alessandro Volta, che aveva conosciuto nel 1796. Quando Scarpa gli rispose che era andato in pensione, Napoleone volle che venisse immediatamente in servizio, anche se fu un ritorno su generis, assai poco operativo. Parlò anche con il medico Giovanni Rasori, ghisleriano, sostenitore dei principi rivoluzionari e anti-austriaco, famoso anche per essere stato il librettista della "Gazza ladra" di Gioacchino Rossini». --