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l'intervistaFederico Capurso / ROMAAllarga le braccia sconsolato, il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri, di fronte alle immagini degli assembramenti dell'ultimo weekend, tra i ritrovi del Primo maggio, lo shopping e la festa scudetto dell'Inter a Milano: «Sì, un po'di preoccupazione c'è», ammette, lui che più di tutti, dentro il ministero della Salute, crede nelle riaperture e da sempre si affida al «senso civico» degli italiani. Stavolta, però, «fa male vedere piazza Duomo con 30 mila tifosi urlanti, in festa, molti senza mascherina. Quelle persone hanno dimostrato di non avere un briciolo di buon senso. Vuol dire che si sottovaluta ancora troppo il rischio». Avrà ripercussioni sull'andamento dei contagi a Milano? «Se c'erano positivi, è sicuramente avvenuto qualche contagio. Quanti, potremo dirlo solo tra due settimane». Possiamo affidarci alla statistica per fare una previsione? «Sì, ma del rischio, non dei possibili contagi. Sappiamo che l'incidenza in Lombardia è di circa 14 casi ogni 10 mila abitanti. Se in piazza Duomo c'erano 30 mila persone, allora 45 di loro avrebbero dovuto essere positive. Quante ne abbiano infettate, a loro volta, difficile dirlo. Dipende dalla loro attenzione alle misure di sicurezza, come mascherina e distanziamento. Per altro, in piazza non c'erano solo milanesi. Ci sarà stata gente arrivata da Varese, Cremona, Pavia e altri comuni vicini. Parlerei quindi di possibili ripercussioni sulla Lombardia, non solo su Milano». La festa scudetto dell'Inter era ampiamente prevedibile. La prefettura e il ministero dell'Interno hanno delle responsabilità? «Direi di no. Le forze dell'ordine hanno controllato, nei limiti del possibile, e sono riuscite a non far proseguire i festeggiamenti oltre l'orario del coprifuoco. L'alternativa era la zona rossa per un giorno in tutta Milano, ma i tifosi avrebbero fatto in modo di vedersi in qualche comune vicino o alle porte della città. Magari in spazi meno ampi di quelli di piazza Duomo e più pericolosi». Osservando anche il fine settimana nelle altre città italiane, tra vie dello shopping piene e lungomare affollati, quel «senso civico» a cui lei si riferisce sembra davvero un miraggio. «Quando si allentano le misure, questa è la prima naturale reazione dei cittadini, dall'Europa agli Stati Uniti. Non solo da noi. È vero, sembra di essere tornati all'alba della scorsa estate, ma all'aperto i rischi sono più bassi e sono situazioni ben diverse dall'avere 30 mila persone che urlano e bevono, strette in una piazza». Lei chiedeva maggiori controlli. Li sta vedendo? «Sì, ma non mi riferivo solo ai controlli delle forze dell'ordine per evitare gli assembramenti. Quello di cui abbiamo bisogno è anche di recuperare la capacità di tracciamento del virus». Avremmo "Immuni", ma a questo punto possiamo accertarne il fallimento? «Non un fallimento, ma una delusione sì. Ci credevo moltissimo, eppure l'app non è stata pubblicizzata abbastanza, ha subito l'attacco ingiustificato del centrodestra e non sono state coinvolte sufficientemente le fasce più anziane della popolazione. Per queste ragioni è nata male ed è finita peggio. Anche tracciando solo pochi casi, Immuni resta utile». Alla luce di questo primo weekend di maggio, teme un passo indietro del Paese rispetto ai progressi fatti finora? «Credo che un passo indietro, allo stato attuale, sia molto difficile. È il momento più delicato, serve maggiore responsabilità, ma avendo protetto le fasce più deboli con i vaccini ci possiamo permettere, al contrario, dei progressivi passi in avanti». Il calo del numero di morti e di contagi procede ancora a rilento. «Ma è già avvenuto un calo vistoso dei ricoveri. Certo, più di 200 morti al giorno sono ancora tanti, troppi. Credo però che alla fine di questo mese arriveremo a toccare la soglia dei 15 o 20 decessi al giorno. Il crollo del numero di morti arriverà nelle prossime settimane, grazie ai vaccini. E quando avremo raggiunto il 70% della popolazione adulta vaccinata con almeno una dose, scenderemo sotto i dieci morti al giorno». Dovremo fare un richiamo del vaccino tra un anno? «Difficile dirlo. I modelli mostrano che, al pari dei virus influenzali più aggressivi, andrebbe fatto il richiamo una volta l'anno. Non solo l'anno prossimo. Se arrivasse una variante che li elude, dovremmo poi modificare i vaccini che abbiamo, ma immagino che arriverà presto un vaccino che copra tutte le varianti significative esistenti». Com'è possibile che non sia ancora permesso ai parenti visitare gli anziani nelle Rsa? «Questo è un mio cruccio. Oggi nelle Rsa il 94, 4% degli ospiti ha ricevuto la prima dose di vaccino e l'80% ha la seconda dose, compreso il personale. Non vedo rischi allo stato attuale. Con ingressi contingentati, una lista a rotazione e tamponi all'ingresso, non vedo perché non dovrebbero riaprire le visite ai parenti. Ho sollecitato più volte e l'ho detto anche a Rezza». Quando si potranno eliminare invece le restrizioni per l'arrivo degli stranieri in Italia, come la quarantena obbligatoria? Il settore del turismo è in ginocchio. «È necessario mantenere le restrizioni, come quarantena e tamponi, se vogliamo una bassa circolazione del virus e, soprattutto, delle sue varianti. Aspetterei i primi di giugno per valutare. La decisione va presa a livello europeo e il pass vaccinale avrà un ruolo decisivo nell'eliminare il problema della quarantena all'arrivo. Procediamo con calma». --© RIPRODUZIONE RISERVATA