Bonaccini: «Mancano le dosi, non certo le capacità in campo»
l'intervistaFabio Martini / RomaDa pochi minuti il Governatore dell'Emilia-Romagna Stefano Bonaccini non è più "Presidente dei presidenti" di Regione e a caldo è giusto fargli la domanda che riassume il senso di questo lunghissimo anno di emergenza, comprese le ultime settimane: presidente, se è vero che nella prima fase della pandemia le Regioni hanno assunto un protagonismo mai avuto nei 50 anni precedenti di storia nazionale, non pensa che nella gestione spesso clientelare dei vaccini, quel "bonus" si sia azzerato? «No - risponde - questa è una lettura che contesto. Non spetta a me dare pagelle alle singole Regioni, ma è sempre più evidente che a mancare sono i vaccini più che l'organizzazione. C'è un piano vaccinale ed è nazionale. Ho appena concluso un sopralluogo agli hub vaccinali di Bologna e Ferrara insieme al generale Figliuolo e al capo della Protezione civile Curcio: entrambi hanno potuto apprezzarne l'efficienza, la coerenza del lavoro rispetto alle priorità indicate dal Governo, l'entusiasmo e la professionalità di operatori sanitari e volontari. Non dimentichiamoci che all'Italia è stato consegnato il 60% in meno dei vaccini previsti: a doversi fare un esame di coscienza serio sono le multinazionali farmaceutiche. In Emilia-Romagna di clientelare non c'è proprio niente».Cinquantaquattro anni, emiliano di Campogalliano (a due passi da Modena), Bonaccini ha lasciato al presidente del Friuli Venezia Giulia, il leghista Massimiliano Fedriga la presidenza della Conferenza Stato-Regioni, incarico che aveva assunto nel 2015 e che ha mantenuto anche in anni più recenti quando i Governatori di centrodestra erano schiacciante maggioranza. Bonaccini aveva da tempo messo il suo mandato a disposizione ma il presidente dell'Abruzzo Marsilio ha bruscamente chiesto a Bonaccini di lasciare il suo incarico. Lei insiste con la nota carenza dei vaccini ma in troppe Regione oltre ai furbetti che hanno saltato le file, il vero problema era l'ordine di quelle file: non pensa che il sistema delle deroghe regionali racconti la "solita" Italia?«La "solita" Italia ha eseguito oltre 12milioni di vaccinazioni. Nel Paese vengono somministrate mediamente 8 dosi sulle 10 disponibili. Il personale sanitario e socio-sanitario, operatori e degenti delle CRA, sono in gran parte vaccinati. Ieri in Emilia-Romagna abbiamo somministrato oltre 30 mila dosi: purtroppo non potremo farlo anche oggi perché non abbiamo vaccini a sufficienza. Ma già così stiamo concludendo la vaccinazione degli ottantenni e accelerando quella dei settantenni; se avremo le dosi, entro fine aprile apriremo ai sessantenni e siamo pronti, a maggio, a vaccinare a tappetto. Non abbiamo fatto deroghe, stiamo vaccinando anziani e fragili. Raccontiamo anche questa Italia».Il presidente del Consiglio ha criticato le deroghe regionali. Ma il governo non avrebbe dovuto imporvi prima una rigida gerarchia?«Ha influito anche l'incertezza sull'utilizzo di AstraZeneca: prima fino a 55 anni, per cui ci siamo rivolti agli insegnati, poi a 65, per cui abbiamo potuto aprire ad altre categorie, adesso solo sopra i 60, per cui si passa alle classi di età più mature».Lei ha incontrato il generale Figliolo: la sua divisa, la sua formazione professionale in cosa potrebbero essere d'ostacolo, simbolicamente e concretamente, nel completamento della campagna vaccinale?«Ci sentiamo spesso e siamo stati insieme l'intera giornata di oggi (ndr, ieri). Mi creda, servono decisioni efficaci e rapide, e un'organizzazione diffusa nel territorio che funzioni. Per come ho visto io all'opera il generale Figliuolo, ritengo possa centrare la sua missione. E, in ogni caso, troverà sempre nell'Emilia-Romagna una Regione che rispetta il piano nazionale e che fa di tutto per impiegare al meglio i vaccini che arrivano». In sei anni il suo ruolo di presidente della Conferenza Stato-Regioni non è andato mai incontro a contestazioni: sul cambio al vertice si aspettava una comunicazione meno brusca?«Ho guidato la Conferenza delle Regioni collaborando con cinque governi diversi e con colleghi presidenti di colore politico differente, cercando sempre l'unità delle posizioni. Il mio mandato era a disposizione, anche alla luce della schiacciante maggioranza di regioni di centrodestra. Avevo solo chiesto, questo sì, una soluzione unitaria, per non lasciare un vuoto o spaccare la Conferenza in questo momento. Così è stato e sono contento. Massimiliano Fedriga, il nuovo presidente, potrà contare sul mio sostegno leale per rafforzare unità tra Regioni e collaborazione col Governo».Ora lo può raccontare: c'è stato un momento nel quale si è rischiata una rottura pericolosa tra Regioni e governo?«All'inizio non sapevamo nemmeno contro cosa doverci battere. Ci sono stati momenti durissimi, nei quali non potevamo permetterci di far trasparire lo sconforto che avevamo dentro. Non lo nego: talvolta non è stato facile far comprendere al Governo l'importanza di avere le Regioni unite, altre volte la difficoltà è stata quella di convincere le Regioni a non contrapporsi al centro».Senza declamazioni Letta ha capovolto il paradigma di Zingaretti nel rapporto con i 5 stelle: Conte non è più il «punto fortissimo di riferimento di tutte le forze progressiste» ma il partner di un'alleanza nella quale il Pd vuole la leadership: condivide?«Condivido. Ho sempre detto che bisogna costruire un centrosinistra largo, che faccia perno su un Pd più grande e con una chiara e forte identità riformista e progressista. Sono convinto che in questo campo debbano esserci anche i 5 Stelle: soprattutto se si accetta che l'orizzonte comune è rafforzare la democrazia contro il populismo; se si sceglie l'Europa dei diritti e della solidarietà contro il sovranismo». --© RIPRODUZIONE RISERVATA