Pd, Delrio molla e Marcucci resiste

Carlo Bertini / RomaE dire che alla Camera era pure andata in scena una gag simpatica. «Io pratico la parità di genere - scherzava ieri mattina, all'assemblea del gruppo Pd, il capogruppo Graziano Delrio -. Ho cinque femmine e tre maschi. Mentre il segretario ha solo tre figli maschi». E l'altro: «Sì, ma io sono giovane e tu no». Scroscio di risate e tutto filava liscio, comprese le dimissioni volontarie di Delrio, (coperto di lodi da tutti), per far posto a una donna. Insomma, strada spianata per Enrico Letta. Netto nell'esporre il suo credo. «Un partito come il nostro, organizzato con vertici tutti uomini, semplicemente in Europa non ha cittadinanza. Un uomo segretario, due capogruppo maschi, tre ministri maschi nel governo, cinque presidenti di Regione maschi: è la nostra prima fila. È irricevibile». Senza appello.«Una punizione politica»Al Senato stesso copione, la deposizione del capogruppo, però senza fair play: «Chiedo un atto di generosità», incalza Letta. «Ci vuole coerenza - gli ribatte Andrea Marcucci - e bisogna interrompere la tradizione di avere segretari sempre uomini». Tradotto: chiedi a noi di dimetterci. E tu? Con una minaccia finale di ricandidarsi, che non allarma il leader, forte di un accordo per la resa già siglato con i vertici di Base riformista, la corrente di Marcucci. E quindi sicuro comunque di farcela domattina a far eleggere due donne. Ma non si sa mai, perché gli ex renziani come Marcucci, malgrado Letta abbia detto «non chiamerò mai nessuno ex di qualcosa», sono furiosi per questa sostituzione, considerata «una punizione politica». Verso un gruppo di fedelissimi di Renzi della prima ora, che però hanno resistito alle sue sirene, salvando il Pd al Senato che, altrimenti, si sarebbe svuotato. Se ancora dunque per 24 ore Marcucci resiste è per non darla vinta a Letta senza fargliela sudare: lo stesso suo entourage teme che il copione della resa sia già scritto. Ma il personaggio «è imprevedibile», sperano i suoi, «e magari si ripresenta». Il che metterebbe il neo leader in seria difficoltà. Ma nessuno crede nella resistenza di una corrente che vuole dare le carte nei giochi di potere. Ecco perché il toto-nomi delle donne capigruppo impazza. «Alla Camera sarà un derby tra Debora Serracchiani, vicina a Delrio, e Marianna Madia», pronostica radio Pd Parlamento. «E al Senato sarà una sfida tra Roberta Pinotti, vicina a Franceschini, Simona Malpezzi e Valeria Fedeli, entrambe della stessa corrente di Marcucci, che qui ha la maggioranza», rilanciano da Palazzo Madama. Per la Serracchiani, il problema del Pd è non perdere la presidenza della Commissione Lavoro che lei dovrebbe mollare, per la Malpezzi il vincolo di sottosegretaria nel governo. Ma al Senato Base Riformista, guidata da Lorenzo Guerini e Luca Lotti conta 22 senatori su 35. E sui nomi delle donne che la spunteranno, già si consuma un match molto muscolare. Entro le 20 di oggi, si devono presentare le candidature, domani i due gruppi procederanno con le votazioni a scrutinio segreto. Marcucci deciderà oggi, ma l'incontro in privato di ieri mattina tra Letta e Luca Lotti è il segnale che la corrente non si arrocca e tratta una sostituzione della stessa area. Per il Pd è un passaggio fonte di altre tensioni. «Niente di male se i gruppi competono su un nome», dice Letta per sdrammatizzare le spaccature garantite dalle lotte tra le correnti. Pure sui nomi delle donne. --© RIPRODUZIONE RISERVATA