Senza Titolo

E c'è pure qualcuno che, ascoltando il discorso in memoria dei morti di Bergamo, si era preso la briga di misurare il tempo dedicato da Draghi alla campagna di vaccinazione: 55 secondi. Riaprendo così una questione che da qualche giorno impazzava: si chiedeva al premier, come Michelangelo al suo Mosé, perché non parlasse, o parlasse così poco. Poi ieri sera invece il premier ha parlato, e pure in una conferenza stampa. Smentendosi o no? Vediamo. A lungo ubriacati dalla pirotecnica gestione dei social firmata Rocco Casalino e dal presenzialismo ossessivo dell'avvocato Conte che stava in tv più di Mentana, la scelta draghista del silenzio, o comunque della comunicazione temperata, ha avuto l'effetto di uno choc. E già la sovraesposizione mediatica delle stagioni passate giustificherebbe il cambio di passo. Ma non basta. Nella sua lunga esperienza di grand commis prima, di banchiere centrale poi (a Roma e a Francoforte), Draghi si è abituato a una comunicazione, come dire?, istituzionale, di numeri e fatti, che più o meno prevede il seguente schema: poche interviste, pochi incontri con i giornalisti, niente comparsate in tv, figuriamoci, e solo discorsi (scritti) da leggere in circostanze pubbliche. Dello stesso stile anche le comunicazioni dei due eccellenti portavoce di Palazzo Chigi - Paola Ansuini e Ferdinando Giugliano. Quello che Sergio Mattarella gli ha affidato, del resto, è un governo atipico, di larga maggioranza, dal segno politico variegato e dunque poco definito, in qualche modo istituzionale, appunto: e ciò lo obbliga a tenersi per quanto possibile sopra le parti per evitare scivoloni e polemiche. E tacendo si rischia meno. Chi segue la politica tedesca, a lungo frequentata da Draghi negli anni della Bce, ci ricorda che anche Angela Merkel alternava interventi pubblici a periodi di totale silenzio. Ma il fatto è che se il banchiere centrale parla perché i governi intendano, in questo caso chi è chiamato a parlare è anche chi governa. E dunque Draghi può (deve?) tacere se, anche a causa sua, il Pd implode e cambia leader in corsa, i Cinque Stelle si dilaniano tra Grillo e Casaleggio e la Lega non sceglie tra l'Europa e l'Ungheria di Orban, ma se i fatti tardano e i numeri non tornano - che si tratti di vaccini, sostegni o cartelle esattoriali - ecco che il problema riemerge: perché sta zitto? In altre parole, il presidente del Consiglio pensa che nei momenti di difficoltà o di confusione generalizzata (AstraZeneca docet) a un certo punto sia opportuno parlare, chiarire, spiegare all'opinione pubblica le ragioni di una scelta o di una crisi momentanea. Ma solo a questioni risolte, e a fronte di decisioni attese o importanti, come la sentenza dell'Ema o il decreto sostegni. Fatti e numeri. Perché il premier può anche tacere, ma intanto parlano i ministri e i soci della maggioranza (per non dire gli immunologi e i virologi...); e perché pure il silenzio - che è sempre d'oro - a volte può parlare. E magari il messaggio che manda non è sempre quello che si vorrebbe... --© RIPRODUZIONE RISERVATA