Senza Titolo

Ognuno di noi nella vita ha subito qualche iniquità. Si può rispondere a un'ingiustizia rassegnandosi, rispondendo all'accaduto, arrabbiandosi senza fare niente. In quanto ragazza, la prevaricazione che sento incidere in modo più profondo è la disparità fra uomo e donna. Una situazione che non è limitata a un giorno o a un periodo ma è costantemente presente. La si trova nei modi dire, nei comportamenti, nel lavoro, nella politica, insomma, ovunque. Il problema è che questo passa spesso inosservato, almeno da parte di molti uomini, mentre le donne lo notano di più. Per una ragazza non è bello sentirsi dire che non può fare qualcosa perché femmina, perché fa parte del sesso considerato debole. Quando ero piccola durante la pausa mensa tutte le bambine tornavano a casa a mangiare mentre io passavo la pausa con i miei amici maschi. Il loro gioco preferito era il calcio e per stare in loro compagnia partecipavo anch'io. Mi facevano giocare sempre, ma mentre loro si sceglievano i ruoli, era invece scontato che io finissi in porta, perché ero una femmina e in quanto tale era chiaro che io non potessi essere capace di giocare a calcio. Ho sempre cercato di integrarmi con i miei amici maschi, con l'obiettivo probabilmente inconscio, almeno da piccola, di dimostrare di non essere "solo" una ragazza che ha interessi "da ragazza". Crescendo mi sono resa conto sempre di più l'abisso che si trova tra la concezione di donna e l'essere donna. La figura femminile è erroneamente considerata meno intelligente, più debole, emotiva, sensibile, amante del rosa, del trucco, delle apparenze, complicata quando si parla di relazioni, sempre in ordine, responsabile delle faccende domestiche. Fuori dallo stereotipo, invece, una donna non segue nessuno schema, non esistono prerogative su carattere, abitudini e comportamenti che rendono una donna tale (e lo stesso vale per gli uomini). Anche se sembrerebbe strano, i commenti discriminatori arrivano anche da donne che avendo ricevuto l'influenza di un mondo sessista non si rendono neanche conto di ciò che dicono. Il primo esempio che mi viene in mente è di quando a ottobre eravamo a scuola nell'ora di ginnastica. Eravamo fuori per il test di velocità a coppie e ho proposto alla docente di ginnastica di sfidare un mio compagno. La sua risposta è stata: «Ma come pensi di riuscirci? Sei una femmina». Dopo aver insistito mi ha lasciato provare, avvertendo il mio amico di non impegnarsi troppo perché stava sfidando una ragazza e quindi avrebbe dovuto lasciarmi vincere. Ho vinto la gara solo perché il mio compagno ha inchiodato nell'ultimo metro e l'ho superato. Ho apprezzato il gesto ma per me quella non è stata una vittoria, ma solo un altro modo per sottolineare il fatto che per la società, una ragazza è inferiore, io sono inferiore. Ho perso la gara ma non perché sono una femmina: ho perso la gara perché il mio avversario è più veloce e non perché è un maschio. Il mio atteggiamento è cambiato di fronte alle discriminazioni di genere e ad oggi posso affermare di riuscire ad affrontare verbalmente uno stereotipo di questo tipo. Per discriminazione di genere non si intende però solo quella nei confronti del genere femminile ma verso quello maschile. Succede perché non tutte le ragazze capiscono che il vero obiettivo a cui aspirare non è prevalere ma arrivare a una condizione di parità, in cui tutti abbiamo gli stessi diritti e le stesse possibilità. --Erika Martinotti3ªf Copernico