La montagna palestra di vita e di salute E un alpinista di Broni combatte il diabete
Dalle Ande boliviane fino alla catena himalayana, passando sulle Alpi. La vita di Massimo Pastorelli, 58 anni, di Broni, è legata alla montagna. Da oltre 40 anni pratica alpinismo per combattere una malattia e conoscere i suoi limiti. «All'età di 14 anni una diagnosi e un dramma: diabete giovanile tipo 1 insulinodipendente. - spiega Pastorelli, che fa parte del Cai sezione di Cornaredo San Pietro all'Olmo - Il professore Ferrero, che mi curava allora, nel lontano febbraio del 1978, 43 anni fa, mi disse che avrei dovuto praticare più attività sportiva possibile per contrastare la malattia ed ottenere risultati soddisfacenti. Il calcio non mi piaceva, neppure il tennis e non sapevo nuotare. Mio padre decise di farmi conoscere la montagna. Da lì parte la mia storia alpinistica e penso che la montagna non sia stata il fine ma il mezzo per conoscermi meglio, per sapere fin dove posso arrivare: una palestra di vita. Poi è l'occasione per scoprire panorami, culture, orizzonti e i miei limiti. Se oggi non ho altri problemi di salute vorrà dire che è servito».prima escursioneLa prima escursione pochi mesi dopo l'infausta diagnosi: «È stata a Ponte di Legno, nell'estate del '78, in vacanza con la mia famiglia. Sono salito con mio papà in vetta al Corno d'Aola, la mia prima conquista. Nel '79 il battesimo dell'aria sottile: Cristo delle Vette a 4163 metri sul monte Rosa con Giacomo, un amico di mio papà. Poi nel 1998 il monte Bianco. Siamo arrivati in vetta all'alba e ad oriente ho visto sorgere il sole. Subito il pensiero è volato proprio ad oriente dove si trova l'Himalaya». Da lì è partito l'amore per il Nepal: «Il primo trekking di 230 chilometri nel 1999 con dislivelli incalcolabili e tanti sogni. Sono sempre stati quei grandi silenzi della montagna a sedurre la mia vita e la mia immaginazione. È sognando ad occhi aperti che si vive più intensamente e ancora con l'immaginazione che ci si può trovare a competere anche con situazioni inattuabili. Quando si arriva in cima si vedono altre vette, altri orizzonti e la curiosità, l'immaginazione, mi sussurravano: cosa ci sarà oltre? Allora si riparte per una nuova avventura, per una nuova meta». Nonostante la malattia, Massimo non ha mai mollato e si affida alla tecnologia: «Per 30 anni ho fatto 4 iniezioni al giorno poi nel 2011 la mia dottoressa, Susanne Breyer, endocrinologa e diabetologa dell'ospedale di Broni-Stradella, che peraltro è allieva del mio primo medico curante, mi ha proposto di mettere un piccolo infusore di insulina, una sorta di piccolo pancreas artificiale. Proprio in questi giorni mi hanno messo un micro infusore di ultima generazione, che si controlla attraverso una app: sul telefono ricevo i dati sulla glicemia, adesso con questo strumento le cose si sono semplificate. Tra l'altro il primo modello che mi era stato messo l'avevo testato in una spedizione in Nepal. In diretta mandavo i dati per vedere il funzionamento in condizioni di ipossia e temperature molto rigide e si era dimostrato efficace». Neppure il Covid lo ha fermato: «Noi diabetici siamo persone a rischio, ma basta seguire attentamente le regole per non avere problemi. Adesso nelle mie escursioni anziché fermarmi nei rifugi, porto la mia tenda e dormo nei boschi, in luoghi riparati, dove voglio, senza preoccupazione. In estate sono stato assieme al mio compagno di cordata, Daniele, anche lui bronese, su diverse montagne intorno al monte Rosa, piantando la tenda dove possibile come al lago delle Locce, un paradiso». --FRANCO SCABROSETTI