Cinquant'anni d'oro per Pavia: l'età dei lumi, le radici della modernità
m. grazia piccalugaCinquant'anni d'oro per l'Università e per Pavia. Anni irripetibili quelli vissuti sulle rive del Ticino tra il 1764 e il 1815, in cui si gettano le basi per la modernità e l'ateneo diventa uno dei baricentri della cultura europea.Li ripercorre, con grande attenzione ai dettagli, il volume curato da Carla Riccardi e pubblicato da Interlinea: "Sette e Ottocento: le radici della modernità" (365 pagine, 25 euro) . Sul palcoscenico pavese si muovono i protagonisti di quel mezzo secolo glorioso: scienziati, umanisti, giuristi e musicisti ben tratteggiati nei contributi degli studiosi che hanno collaborato alla realizzazione del volume. Il piano di Maria Teresa«Prima di allora Pavia languiva - racconta l'italianista Carla Riccardi -. Maria Teresa d'Austria e suo figlio Giuseppe II hanno avuto il grande merito di attuare una politica illuminata, una riforma globale che ha svecchiato l'accademia e di conseguenza anche la città».Un modello lungimirante, di cui si sono goduti i benefici a lungo. E di cui oggi, però, arriva solo un'eco lontana. «Quando si investe in cultura lo sviluppo non tarda a venire - commenta Carla Riccardi -. E in un contesto così fertile, come è stata Pavia in quel periodo, è chiaro che chi è geniale può emergere e riesce a fare ricerca ad alti livelli, altrimenti soffocata. Più che rimpiangere quegli anni di grande entusiasmo e sviluppo il volume, che riassume gli atti di un convegno organizzato a Pavia nel 2019, vorrebbe riportare alla luce quello che è stato un modello lungimirante e illuminato».La città cambia voltoLe riforme amministrative e giuridiche degli Asburgo cambiano il volto di Pavia. Un grande piano di riforma edilizia, a cui contribuiscono l'architetto Giuseppe Piermarini e Leopoldo Pollack, riprogetta gli spazi urbani: università, collegi, ospedali, Naviglio. Se Milano offre le scuole palatine, Pavia è in quegli anni la sede dell'unica Accademia e molti giovani milanesi la scelgono per i loro studi, Cesare Beccaria e Alessandro Verri tra i tanti. E proprio nel 1764 Beccaria pubblica Dei delitti e delle pene che traccia uno spartiacque nella storia giuridica e sociale non solo italiana ma mondiale. In cattedra salgono figure di spicco, il cui nome supera i confini nazionali, come Lazzaro Spallanzani, Alessandro Volta, Antonio Scarpa.Vi insegnano Ugo Foscolo e Vincenzo Monti. Giovanni Alessandro Brambilla, che si forma all'ospedale San Matteo, diventa chirurgo personale dell'imperatore Giuseppe II creando così un ponte tra Pavia e Vienna per gli studi di medicina e anatomia.«Tale era la fama di Pavia che durante la Campagna d'Italia Napoleone volle che fossero risparmiate le case dei professori universitari pavesi, ben consapevole del valore di un ambiente così fertile - ricorda Carla Riccardi - Lo stesso imperatore francese chiese di assistere ad alcune lezioni di fisica. Con il ritorno degli austriaci, e anche a causa delle politiche repressive messe in atto, si spegne il grande fervore di quell'incredibile mezzo secolo e anche per l'accademia iniziano tempi grigi».Con la rinata Repubblica Cisalpina rialza pian piano la testa anche l'Università dove ancora insegnano Volta (che inventa la pila nel 1799) e Spallanzani, mentre Ugo Foscolo tiene la sua celebre prolusione. I primi decenni del nuovo secolo portano aria nuova anche nel campo musicale, con ricche stagioni operistiche al teatro dei Quattro Cavalieri e la presenza di compositori come Alessandro Rolla che frequentano i salotti aristocratici e accademici. --