Senza Titolo
Antonio E. Piedimonte / caivano «Io non ho mai pronunciato quelle frasi e non ho speronato lo scooter...». Prova a scagionarsi Michele Antonio Gaglione, l'uomo accusato di aver provocato l'incidente nel quale sabato scorso ad Acerra è morta la sorella Paola Maria ed è rimasto ferito il suo compagno transgender Ciro Migliore. A tre giorni dalla tragedia che ha spezzato la vita di una diciottenne e nel bel mezzo della bufera, anche mediatica, che si è abbattuta sulla sua famiglia, ieri mattina il giovane ha negato di aver pronunciato quelle parole che hanno indignato tutti. In particolare ha respinto l'accusa di aver parlato di «infezione» legata all'identità di genere del fidanzato, frasi che - come hanno detto i suoi legali - sembrano non trovare riscontro neppure nei verbali. Il trentenne ha poi cercato di sostenere la tesi che l'incidente sia stato causato dalla velocità. Versione che però non ha convinto al punto che il giovane è rimasto nella cella di Poggioreale. Nell'ordinanza di convalida dell'arresto si legge infatti che a bordo della sua moto l'uomo le «braccava (al femminile perché Ciro sui documenti è ancora una donna, ndr), obbligandole a mantenere una velocità sostenuta, ripetutamente speronandole, tentando di tagliarle la strada e colpendo il veicolo sul lato sinistro con ripetuti calci con il fine di procurare la caduta del mezzo...». Per la gip Fortuna Basile - che ha confermato l'accusa di omicidio preterintenzionale configurata dalla pm Patrizia Mucciacito - esistono dunque «gravi indizi di colpevolezza». In altre parole, con la sua condotta ha provocato il sinistro e, dunque, la morte della diciottenne. Non solo: il giudice ha scritto pure che il comportamento è «indicativo di uno scarso senso di civiltà e rispetto nei confronti altrui». E ha parlato di azione «dalle modalità particolarmente gravi ed allarmanti che denotano l'incapacità dell'indagato di controllare le proprie pulsioni aggressive e una accentuata pericolosità sociale». Strada in salita per i legali del Gaglione che, come era prevedibile, hanno annunciato il ricorso al Tribunale del riesame. Ma se appare delineato l'orizzonte degli sviluppi giuridici, meno chiara invece sembra la cornice. Al di là dell'inevitabile scambio di accuse partito dalla famiglia del ragazzo ferito (che ieri ha tenuto una conferenza stampa), infatti, da più parti si tende a riconsiderare il «movente». Per molti - a cominciare dal prete del famigerato quartiere Parco Verde, don Maurizio Patriciello - a scatenare l'ira selvaggia non sarebbe stata l'identità sessuale del fidanzato della sorella (si frequentavano ormai da anni) ma semplicemente il fatto che la «sua» Paola Maria, la «piccola di casa», avesse deciso di andarsene appena compiuti i 18 anni. E per giunta in una situazione difficile: la mancanza di un'abitazione (si appoggiavano a parenti), di lavoro per entrambi, il passato burrascoso di lui (noto alle forze dell'ordine), l'assenza di prospettive. Queste erano le preoccupazioni della famiglia Gaglione. Dunque un amore mal visto proprio come succede a tanti. Nel triste «ghetto» di Caivano come altrove . -© RIPRODUZIONE RISERVATA