Dopo le lacrime gli abbracci «Noi abbiamo già perdonato»
il racconto dall'inviato a paliano (fr) Il cancello di casa dei Monteiro Duarte stavolta è spalancato. In cortile è apparecchiato un tavolo con panini e pizzette, bibite e dolci. Un piccolo rinfresco per i parenti arrivati da varie parti d'Italia, ma anche da Svizzera, Francia, Olanda per condividere il loro dolore. Sono una grande famiglia, tanti cugini, rami di un albero solido, si vede da come si muovono. Lentamente stanno risalendo dal cimitero di Paliano. Hanno appena lasciato il corpo di Willy, forse hanno finito le lacrime. Alcuni arrivano mano nella mano, altri abbracciati, qualcuno porta buste, forse regali. Armando, il papà di Willy, si ferma a due metri dal cancello, saluta un amico che non aveva visto al funerale, un cenno anche ai giornalisti, per dire che preferisce non parlare, «scusate, scusate». Poi però aggiunge: «È bello vedere quanta gente voleva bene al nostro Willy», pensando alle migliaia di persone presenti alla cerimonia .Più tardi, all'ambasciatore di Capo Verde confiderà che «gli dà sollievo pensare che il figlio non sia morto invano, ma nel tentativo di aiutare un amico, di salvare una vita». Nel cortile si sta stretti, continuano ad arrivare pezzi della folta comunità capoverdiana, nei dialoghi si alternano l'italiano (anzi il romano) e il portoghese. Lucia, madre di Willy, dalla strada non si vede, forse è seduta in un angolo. A fare gli onori di casa sono Armando e la figlia Milena. Si beve, si mangia, ad un certo punto si sente anche un po' di musica. Potrebbe sembrare una festa, se non avvenisse un'ora dopo aver seppellito un figlio. Tutti hanno un ricordo di lui, solo alcuni vogliono condividerlo. C'è chi, come una cugina coetanea, ricorda quando «da piccoli andavamo in campeggio insieme, poi noi ci siamo trasferiti, ci vedevamo meno, ma gli volevo tanto bene». Poi c'è il marito, italiano, di un'altra cugina del padre di Willy: «Da quando sono entrato in questa famiglia ho imparato cosa vuol dire unità, condivisione, sostegno reciproco - spiega - quando Willy e mia figlia erano piccoli passavamo spesso le estati insieme». Nessuno, però, vuole parlare di quello che è successo, dell'inchiesta per omicidio volontario, dei ragazzi arrestati. Solo Maria, una zia di Willy, si ferma per dire che «vogliamo solo giustizia, non vendetta. I figli degli altri non si toccano, ma noi siamo molto cattolici, abbiamo già perdonato». È scesa apposta per portare un panino e offrire una bibita ai due cronisti rimasti per strada ad osservare il cortile: «Poi vi porto anche un caffè, vi farei entrare, ma oggi è un giorno particolare». La gentilezza, la riservatezza, l'assenza apparente di rabbia. Sembra davvero che i Monteiro Duarte abbiano già perdonato chi ha massacrato di botte Willy. Lentamente come erano venuti, parenti e amici iniziano ad andare via. Ed è di nuovo il momento degli abbracci, delle carezze, delle classiche promesse di rivedersi presto, di sentirsi spesso, che però nel loro caso sembrano più vere. Era vera anche la promessa di Maria, che dopo un'ora torna indietro col caffè, «ma attenti che scotta». Di che cosa si parla dentro? «Di Willy ovviamente, e quindi di tutti noi». -- nic. car.© RIPRODUZIONE RISERVATA