Ecco come la distensione tra Israele ed Emirati sta dividendo i musulmani

A fine agosto, a bordo del Boeing El Al 971, tra i passeggeri del volo inaugurale decollato da Tel Aviv con destinazione Abu Dhabi, passato sopra l'Arabia Saudita, oltre al genero di Trump Jared Kushner - "plenipotenziario" della Casa Bianca per la pace tra palestinesi e israeliani - ha viaggiato la prima delegazione israeliana, ricevuta con gli onori negli Emirati Arabi. Con questo evento i due stati del Medioriente hanno aperto più di un canale di comunicazione bilaterale, segnato la distensione tra lo Stato israeliano e parte del mondo arabo musulmano. Il riconoscimento di Israele da parte delle monarchie del Golfo è parte integrante di un disegno geopolitico, sponsorizzato da Trump, ma di fatto fa passare in secondo piano la questione dello Stato palestinese quale pregiudiziale alle libere relazioni nella regione. L'intesa di "normalizzazione" araba verso Israele è multiforme nella sostanza, abbracciando la cooperazione in diversi settori commerciali, strategici: energetico, militare, scientifico e sanitario. Contestano il trattato la Turchia di Erdogan impegnata a far risorgere l'impero ottomano e a difendere le rivendicazioni sulla "liberazione" di Gerusalemme e dei suoi luoghi simbolo, a partire dalla moschea di al-Aqsa. Inserita nel complesso della Spianata delle moschee, affidato in custodia alla casata hascemita giordana, che gestisce attraverso una fondazione il terzo sito religioso per importanza dell'islam, dopo Medina e la Mecca. Da Amman, dove si sono alzate voci di tradimento nei confronti degli emiri, sono mesi che si invita a fare quadrato intorno ad Abu Mazen, presidente della Palestina da illo tempore. La Muqata di Ramallah è un fortino oramai assediato, deluso da Trump. L'ultimo palazzo del potere dell'élite palestinese, subisce, a malincuore, il dominio di Hamas nella Striscia di Gaza. E vede riacutizzarsi la faida interna al partito Fatah per l'eredità di Arafat. L'ex rais Mohammed Dahlan è intenzionato ad appropriarsi della leadership del movimento, grazie all'appoggio di Washington e a questo punto dei petroldollari con cui potrebbe essere ricoperto per la sua posizione favorevole alla negoziazione israeliana. Ad intralciare l'ascesa di questo discusso personaggio è ancora Abu Mazen: isolato e logorato ma determinato a non cedere. Mantengono invece una posizione distaccata sull'accordo Emirati, seppur da osservatori privilegiati, sauditi e qatarioti. Infine, l'ira dell'Iran che vede nel patto sunnita-sionista un contrappeso alla rete di espansione sciita. Beneficia del nuovo corso diplomatico il faraone Al Sisi, gli egiziani sono precursori del processo di pace e attualmente mediatori nelle controversie tra Gaza e Israele, tra Hamas e Netanyahu.Nella dichiarazione d'indipendenza israeliana promulgata dai padri fondatori è scritto: "lo Stato d'Israele è pronto a fare la sua parte in uno sforzo comune per il progresso dell'intero Medio Oriente". Il progresso per la costruzione di una diga all'imperialismo di Erdogan e ridimensionare le minacce dell'Ayatollah. --Alfredo De GirolamoEnrico Catassi