taglio dei parlamentari per una vera riforma
Vogliamo o no ridurre i deputati a 400 e i senatori a 200? Su questo voteremo il 20 e 21 settembre. Lo ricordo perché a favore del sì e del no vengono intanto messi in campo, accanto agli argomenti, troppi "meta-argomenti". Definisco così quelli che non riguardano la questione referendaria, ma i risvolti tattici e ideologici del voto. Alcuni, a esempio, avvertono: "Bisogna votare sì per non fare cadere il governo", altri rimuginano: "Bisogna votare no per impedire che qualcuno pensi che non sono necessarie altre riforme".Per brevità, ma anche un po' per principio, non mi occupo di questi "meta-argomenti". E guardo anzitutto ai numeri. I nostri parlamentari sono troppi? Dipende. Per un confronto possiamo riferirci a tre Paesi europei di stazza simile all'Italia: Francia, Germania e Regno unito. Bisogna poi adottare, almeno in prima battuta, un altro accorgimento: limitarsi alla Camera dei deputati. Infatti, il Senato francese è eletto dai consiglieri comunali, il Bundesrat tedesco dai Länder e la Camera dei lord non è affatto elettiva. Perciò, estendere il confronto alle camere alte - cioè al Senato e ai suoi omologhi - è come assimilare mele e pere.Messa in questi termini, a quanti elettori corrisponde un deputato nei diversi stati? In Italia 'vale' 82mila elettori, in Francia 83mila, in Germania 103mila, e nel Regno unito 72mila. Possiamo ottenere cifre diverse se ponderiamo i rappresentati sulla popolazione totale (come fa il dossier delle Camere); ma, in ogni caso, dal confronto il numero dei nostri deputati non risulta esorbitante.Sennonché, l'accorgimento che abbiamo adottato - di escludere il Senato dal calcolo - è necessario quanto fuorviante. In effetti, per le differenze che ho ricordate, nessuno dei tre Paesi citati ha così tanti parlamentari eletti direttamente dal popolo per esercitare funzioni tra loro uguali. In Italia sono 945 (630 deputati più 315 senatori). E questo cambia, di molto, i nostri conti. Si innestano qui argomenti seri (non "meta-argomenti"!) contro il "taglio". Non c'è dubbio che una differenziazione di genesi e funzione di Senato e Camera (la si auspica da molto tempo) renderebbe meno vasta la platea dei parlamentari con compiti identici e meno forti i motivi per ridimensionarla. Né vi è dubbio che la riduzione pura e semplice dei parlamentari può produrre, nei meccanismi di rappresentanza, alcune criticità. E che queste sarebbero attenuate da un modifica del sistema di voto. Trovo insomma giusto che la riduzione oggi all'ordine del giorno sia valutata nella prospettiva di un 'cantiere' da aprire. Ma, obbiettivamente, il sì inaugura l'apertura e il no la rinvia.Come che sia, non trovo plausibile sostenere che il "taglio" mette a rischio la democrazia o che la comprima. Questo è un argomento troppo spesso impiegato - come 'arma impropria'! - nel dibattito politico. La strisciante crisi della democrazia liberale ha altre cause. Tra queste vi è proprio quella di un surriscaldamento del confronto attraverso l'evocazione di spettri e il lancio di accuse iperboliche. D'altra parte, alle crisi si risponde con il cambiamento. E i tre Paesi che ho menzionato stanno tutti e tre considerando, al livello più alto, cambiamenti simili a quello in discussione in Italia.Il 20 e 21 voteremo dunque per dire se il "taglio" va nella direzione giusta. I buoni argomenti pro e contro non mancano. Lasciamo stare, invece, le contrapposte accuse di populismo e di cieca conservazione. E lasciamo i governi ai destini che meritano per le proprie politiche. Un referendum sereno e civile, senza accanimenti ideologici e dietrologici, sarebbe - quello sì - un buon contributo alla democrazia.