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l'intervista Fabio Martini Stefano Bonaccini, governatore dell'Emilia Romagna, "presidente dei presidenti" di Regione, è anche il capofila informale della sinistra che guarda al Nord e all'imprenditoria diffusa come parti di una coalizione sociale che sia capace di rimettere in piedi il Paese e in questa intervista rilancia con nuovi argomenti: bene ogni strategia che serva ad accorciare le distanze tra Nord e Sud, ma attenzione «l'Italia ha bisogno di investimenti e di politica industriale», perché «gli sgravi, come i sussidi, senza investimenti sono un pieno di benzina per fare un po'di chilometri, ma poi l'auto torna a fermarsi» e dunque «se si spegne il motore di manifattura ed export l'Italia tutta precipita» e «una strategia di ripartenza che non tenesse conto di questo sarebbe fallimentare». Il decreto Agosto integra l'imponente erogazione di finanziamenti e di norme a sostegno di segmenti sociali in corso da mesi: a un primo consuntivo pensa che per il "sistema-Nord" si potesse fare di più? «L'Italia ha bisogno di investimenti. Il problema è creare lavoro, sostenendo filiere strategiche d'impresa. Se non agiamo sui fattori di produttività di sistema non può esserci sviluppo. Occorre un grande piano per sanità e scuola pubblica, transizione ecologica, digitalizzazione del Paese, per la messa in sicurezza del territorio e l'efficienza del patrimonio. Nel Nord si concentra buona parte della forza produttiva del Paese, con capacità di innovazione e ricerca fra le principali al mondo. Per questo è impossibile ripartire senza ascoltare questi comparti. Abbiamo un'occasione storica: disegnare l'Italia del futuro potendo investire somme mai viste prima, grazie al grande successo del Presidente Conte e del governo». C'è un Nord che esporta e uno che lavora per il mercato interno, ma entrambi avrebbero bisogno di infrastrutture: la cultura dei Cinque stelle non è un serio handicap? «Dire no per ragioni ideologiche alle infrastrutture significherebbe condannare il nostro Paese a un ritardo che rischia di diventare incolmabile rispetto agli altri paesi. L'Italia ha bisogno di investire su scuole e ospedali, su strade, rotaie e porti, digitale, prevenzione del dissesto. Saremo tutti misurati su questo, a partire dall'intera maggioranza di Governo, 5 Stelle compresi». Il blocco licenziamenti non aiuta i lavoratori in gran parte del centro-nord? «Abbiamo vissuto una pandemia senza precedenti: tutelare il lavoro è una priorità assoluta, al Sud come al Nord. Peraltro il blocco dei licenziamenti è voluto anche da tante associazioni imprenditoriali che sanno benissimo che tante piccole imprese, il 90% del nostro sistema, vanno accompagnate con risorse pubbliche per intercettare il rimbalzo che ci sarà nel 2021. È un investimento indispensabile per evitare troppi licenziamenti che oggi sarebbero certi, creando il baratro sociale. Nell'emergenza bisogna fare il possibile e l'impossibile per salvare le nostre imprese con i lavoratori dentro». La fiscalità di vantaggio per il Mezzogiorno è anche un "risarcimento" per la penalizzazione patita durante il lockdown ma può avere un respiro strategico: le imprese del Nord in ritirata dall'Est europeo, potrebbero essere interessate? Può diventare una misura che aiuta nord e sud? «Al Paese, troppo diseguale, ingiusto e inefficiente, occorre una strategia per il Mezzogiorno, perché con un solo motore il Paese non potrà mai marciare a pieno regime. Peraltro, il divario territoriale e sociale determina non solo sperequazioni inaccettabili, ma inceppa anche il motore del nord. Ciò detto, più che con fiscalità di vantaggio per aree, settori o categorie, sono convinto che il lavoro si crea con gli investimenti pubblici e privati». In Emilia è in corso un fenomeno importante: i tedeschi entrano nei vostri gioielli (Ducati, Lamborghini, Maccaferri) e restano in Emilia. Togliete quote di mercato a lombardi e veneti con un patto sociale molto simile a quello tedesco? Un nuovo modello emiliano per tutto il Nord? «L'Emilia-Romagna è da cinque anni la prima regione prima per crescita, occupazione, ed export pro capite. E con la nostra legge sull'attrattività abbiamo portato qui grandi gruppi stranieri e italiani, senza fiscalità di vantaggio, ma assicurando formazione, ricerca, sostegno agli investimenti, procedure codificate e non barocche. Non è affatto una competizione con le altre regioni, però, perché viviamo in un sistema integrato. Se crescono Veneto e Lombardia cresce anche l'Emilia-Romagna, e viceversa. Attenzione però: proprio la fortissima vocazione manifatturiera di queste regioni rende ancor più severa la crisi in corso. Per queste ragioni abbiamo chiesto al Governo misure importanti, penso al sostegno ai sistemi fieristici che nelle nostre tre regioni cubano l'80% dei volumi nazionali». -© RIPRODUZIONE RISERVATA