A Codogno riparte l'ospedale «Mancava questa normalità»
il reportageFabio PolettiINVIATO A CODOGNONormalità è una ragazza bionda che zoppica con il piede fasciato. O la signora di 86 anni che cade dalle scale e la figlia che arriva in ospedale trafelata: «È un buon segno che abbiano riaperto il Pronto Soccorso». Centoquattro giorni dopo, tornano finalmente le emergenze di tutti i giorni all'ospedale di Codogno, provincia di Lodi, chiuso la sera di giovedì 20 febbraio dopo i primi due casi di Covid-19 e riaperto solo ora, ancora fresco di vernice.All'inizio della rampa c'è il cartello "Pronto soccorso chiuso", non hanno fatto in tempo a toglierlo. All'ingresso del reparto di un color verdolino assai tranquillizzante c'è il termoscanner, che registra la temperatura e segnala se non si ha la mascherina. Con più di 37 ,5 si prende il corridoio di sinistra verso la zona Covid. Se non si hanno patologie, si va avanti fino al triage con medici e infermieri. Dentro ci sono 23 posti letto, 4 di Terapia Intensiva. C'è pure una choc room per le emergenze. Un parente è ammesso solo se il paziente non è in grado di muoversi o è un minore. Tutti gli altri rimangono fuori, dove ci sono le macchinette del caffè e le poltroncine blu dove ci si può sedere un posto sì e uno no.Barbara Cominetti è la caposala. Ha contratto il coronavirus, per fortuna non in modo grave, come metà del personale di questo ospedale. Ora respira: «Sembra il primo giorno di scuola. Stamattina una signora mi ha detto che era contenta che ci fossimo ancora. Mi è venuto normale risponderle: "Ci siete mancati anche voi"». La sera di giovedì 21 febbraio quando qui è arrivato il paziente 1 e poi se ne è presentato un altro con gli stessi sintomi, è lontana ma non la può dimenticare: «Mi hanno chiamato alle 10 di sera. Bisognava ricostruire le presenze di tutto il personale, bisognava isolare i contagi. Avevamo i kit con le tute e le maschere per l'Ebola, le dirottammo al personale in Terapia Intensiva. Chiudere la struttura era inevitabile». I sigilli vennero messi al solo Pronto Soccorso. L'ospedale continuò a operare. Nel momento del picco della pandemia su 100 posti letto, 84 erano occupati da pazienti Covid. Ieri tra i primi 30 pazienti solo uno era sospetto di contagio, il tampone ha dato poi esito negativo. Da una Rsa è arrivata anche una novantenne da tempo contagiata, ma solo per una serie di esami. Quasi routine, 104 giorni dopo. Stefano Paglia, direttore del Dipartimento di Emergenza dell'Asst di Lodi, è a capo anche del Pronto Soccorso di Codogno: «Abbiamo riaperto perché ora siamo in grado di operare in sicurezza per i nostri pazienti e il personale. Prima del Covid avevamo 30mila pazienti l'anno. Adesso ce ne aspettiamo meno anche perché la gente ha un'altra consapevolezza. Ma su 10 accessi in un giorno, ci aspettiamo che uno abbia ancora i sintomi del Covid. È la situazione di questa zona».Prima del termoscanner c'è una guardia giurata che regola l'afflusso. Dentro, ogni due passi c'è un cartello con le indicazioni di sanificare, dopo ogni paziente, con soluzioni di cloro attivo o etanolo. Medici e infermieri hanno guanti e mascherina, il camice di tessuto non tessuto e il copricapo. Chi è al triage ha la visiera trasparente. Prima del Coronavirus non era così, oggi la normalità è anche avere il massimo delle precauzioni. Ma si guarda avanti come spiega Enrico Storti, primario di Anestesia e Rianimazione: «Stiamo redigendo cartelle cliniche informatizzate per avere un quadro clinico istantaneo dei pazienti anche con l'ospedale di Lodi».Andrea Filippini è il referente medico di presidio. Dietro la mascherina si percepisce che il peggio è passato: «Quella sera di febbraio abbiamo intuito subito che stava esplodendo la pandemia. Le strutture sanitarie, con il Prefetto di Lodi Marcello Cardone, hanno preso l'inevitabile decisione di chiudere il Pronto Soccorso. Parte del personale è andata negli altri ospedali. Qui abbiamo fatto di tutto. Avevamo medici fisiatri, un cardiologo rientrato dalla pensione, tutti che si occupavano di pazienti con il virus. Malgrado molti di noi fossero contagiati, non abbiamo avuto decessi. Il disastro è stato per i medici di base». --© RIPRODUZIONE RISERVATA